Formae Lucis

Nei dettagli nascosto

Agosto: la raffigurazione dei mesi nella Diocesi di Albenga-Imperia

Il mese di Agosto, la cui etimologia deriva da Augusto[1], presenta un ampio ventaglio di iconografie, spesso legate alle diverse fasce climatiche. Si può andare infatti dalla mietitura alla trebbiatura fino all’aratura, od al confezionamento di botti o tini. Il calore del mese si riflette invece nell’immagine di contadini che si bagnano o di uomini che bevono[2].

Agosto, per quanto apportatore di frutti, ha anche, proprio per le temperature elevate, caratteri negativi, è definito infatti molesto, viene paragonato ad un cane rabbioso che azzanna, ricollegandosi all’estiva stella Sirio, della costellazione del Cane Maggiore, luminosa e ardente come il Sole. Nelle raffigurazioni spesso trionfano quindi colori caldi[3].

Una particolare iconografia, di matrice invece classica, ritrae Agosto quale Cerere incoronata dalle spighe, alle volte accompagnata dall’inventore dell’aratro, Trittolemo, che regge la torcia con cui la madre va in cerca della figlia Proserpina[4].

Ma la personificazione del mese più ricorrente è quella dell’uomo che raccoglie i frutti. Agosto veniva infatti interpretato come periodo durante il quale l’eccessivo calore non consente che la maturazione di specie vegetali già nate, mese quindi sterile e perciò associato al segno della Vergine[5].

L’uomo di Agosto è dunque spesso ritratto di fronte ad un albero da cui pendono frutti, figura reale ma al contempo altamente simbolica dato che la scena riporta alla Genesi (2, 9-17). Nel giardino dell’Eden, vi erano l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male, all’uomo fu consentito di mangiare tutti i frutti tranne quelli nati da quest’ultimo. L’infrazione alla prescrizione divina per i progenitori significò la cacciata dal Paradiso terrestre e l’inizio di una vita segnata dalla fatica, ma proprio quest’ultima, come echeggia nelle immagini presenti nei luoghi di culto, darà all’umanità la possibilità di ascendere al regno dei cieli; i frutti reali, che ci donano la vita sulla terra, preannunciano quelli straordinari di cui si godrà nell’eternità. L’albero che unisce sottosuolo (radici) e cielo (chiome) è simbolo del patto tra Dio e uomo[6].

Nel cuore di agosto,  il 15, ricorre l’Assunzione di Maria, che viene quindi festeggiata proprio durante il mese in cui si entra nel segno della Vergine. Si deve però anche ricordare che il mese è dedicato ad Augusto, cui erano anche rivolte le opere di Virgilio il quale, nella IV Ecloga, accenna proprio ad una vergine che partorisce, versi che nel Medioevo furono intesi come profezia della nascita di Cristo. Non è quindi probabilmente un caso che Roma sia stata centro di diffusione del culto mariano; si ricorda a proposito – fra i numerosi altri edifici intitolati alla Madonna- la fondazione, tradizionalmente fatta risalire al IV secolo, della basilica di Santa Maria Maggiore, nel luogo di una miracolosa grandinata avvenuta, proprio il 5 di agosto, data in cui si celebra appunto la Madonna della Neve. A favorire il culto della Vergine a Roma furono forse anche i molti punti di tangenza – il ruolo materno, l’allattamento-  fra la vicenda di Maria e quella della Iside ellenistica, assai conosciuta e venerata nell’Urbe proprio all’epoca della diffusione del Cristianesimo. Un ulteriore legame tra la figura della Vergine ed altre divinità femminili del mondo classico è Cerere, madre dolente, che ci riporta proprio ad una delle  iconografie di Agosto[7].

La raffigurazione di agosto a Diano Castello

Nella nostra diocesi il mese di Agosto si conserva integro a Calderara, a Rezzo, a Diano Castello, mentre a Ranzo resta solo un riquadro ormai spoglio[8]. In tutti i siti viene ritratto come un uomo intento a raccogliere i frutti da un albero. I colori caldi citati dall’iconologia del Ripa[9] si ritrovano ad esempio nello sfondo rosso della tabula di San Giorgio, dove un uomo si arrampica su un albero. Lo sguardo del personaggio è concentrato, fisso al frutto che si appresta a raccogliere con l’ausilio di una pertica; il gesto è semplice, ma essenziale per la sopravvivenza. In coerenza con la pratica contadina, il canestro, descritto con precisione nei sui intrecci, per avere una maggior libertà di movimento, è stato appeso ad un ramo basso e potato. Quest’ultimo particolare ricorda inoltre quanto l’uomo debba prendersi cura dei suoi alberi, se vuole ottenerne frutti abbondanti.

Il dinamismo che caratterizza le figurine del “Maestro di Bastia“ si rivela nello slancio con cui l’uomo si slancia per salire sull’albero e si allunga per raccogliere i frutti di una dura stagione di lavoro. La veste è ancora estiva, corta, trattenuta in vita da una cintura, ma la tinta si fa scura; il copricapo non è l’ingombrante cappello di paglia usato per mietere sotto il sole cocente, bensì un berretto dalle dimensioni più contenute, più comodo per districarsi fra i rami. Le foglie, realizzate a secco in un secondo momento, sono ancora parzialmente visibili. Sono larghe, possono ricordare i pampini della vite o le foglie di un fico, ma attualmente non è più visibile alcun tipo di frutto. Bisogna però ricordare che Agosto raccoglitore, anche se coincidente con la realtà,  al contempo è un‘immagine simbolica.

Interessante è osservare come il frescante abbia risolto il problema dei rapporti proporzionali in uno scomparto a sviluppo orizzontale: la figurina viene inserita nell’intrico dei rami di un albero quasi privo di fusto e raffigurata a gambe lievemente piegate, tanto da ottenere una certa verisimiglianza nelle dimensioni, senza al contempo rimpicciolire il personaggio rispetto agli altri.

Anche nel Santuario di Rezzo Agosto è un raccoglitore, ed è la prima delle quattro figure di questo ciclo che ruotano intorno ad un albero, rendendolo il più originale fra quelli conservati nella diocesi di Albenga-Imperia.

Rispetto a Calderara la figurina è piuttosto statica, attende al proprio lavoro tranquillamente ai piedi dell’albero, non sembra compiere fatica. Nonostante la scena sembri perfettamente realistica ad una osservazione più attenta si scorgono incongruenze anatomiche e logiche: le braccia appaiono decisamente fuori misura e un arto si tende verso il frutto reggendo contemporaneamente il canestro: due azioni difficilmente conciliabili. Anche in questo caso il frescante decide per l’adeguamento delle proporzioni. L’albero si sviluppa in altezza piuttosto che in larghezza, assecondando così la verticalità dello scomparto, ed è stato ovviamente ridotto per poter essere visibile per intero, al contrario il frutto è stato ingigantito sia per renderlo maggiormente visibile, sia per propiziare un abbondante raccolto. La figura umana invece è più piccola rispetto a quelle degli altri mesi per poter essere contenuta nella tabula insieme all’albero. Le persone a cui il ciclo si rivolgeva non chiedevano la verosimiglianza assoluta, ma la forza, la chiarezza del concetto.

Anche in questo sono evidenti i rami tagliati, segno di attenzioni, di potature. I frutti giganteggiano fra il fogliame, ma è comunque difficile affermare quale sia la varietà, la forma suggerirebbe il fico, le foglie però non paiono coerenti[10].

A Diano Castello troviamo un altro raccoglitore che tende la destra verso un frutto ormai non più visibile, mentre la sinistra regge il canestro di vimini. Il capo è coperto da un cappello con la falda rossa, in accordo con le tinte calde suggerite dal periodo e dalle consuetudini iconografiche. L’albero è purtroppo ridotto a soli pochi tratti, ma dal gesto dell’uomo si intuisce che occupava quasi totalmente lo spazio racchiuso dall’arco e dalle due colonnine che delimitano l’azione in ogni tavoletta.

Gli alberi da frutto erano fondamentali nel medioevo ligure: i frutteti, quanto ogni altra coltivazione, erano accuratamente protetti come confermano gli statuti. Di particolare importanza erano i fichi, i quali sia freschi che secchi assicuravano un alimento ad alto tenore di zuccheri[11]. Si trovavano nelle scarpate, nei luoghi poco coltivati, ai margini delle coltivazioni. Gli statuti ricordano anche altri alberi da frutto: susine, pere, mele, melograni, sorbe, ciliege, more, giuggiole e, nelle zone costiere, agrumi. Esistevano dei pubblici funzionari, i campari[12], preposti proprio alla sorveglianza di campi e coltivazioni. Erano puniti i furti di frutta ed ortaggi. Se il furto avveniva di notte era una aggravante, perché sicuramente volontario, dovendosi escludere una qualsiasi fortuita tentazione[13]. Si punivano anche i proprietari di animali che si fossero introdotti nei coltivi o che avessero lesionato alberi da frutto[14]. Emerge la costante preoccupazione delle comunità per il proprio sostentamento. Una qualsiasi carestia poteva ridurre alla fame, per cui ogni singolo frutto, ogni singolo albero, ogni singolo animale doveva essere salvaguardato.

[Testo di Anna Marchini]

Bibliografia

Calvini N., Statuti comunali di Sanremo, Sanremo 1983.

Calvini N., Gli statuti comunali di Diano (1363), in Miscellanea di Storia, arte, archeologia dianese, Quaderni della Communitas Diani, 1988.

Cardini F. 2003, Il libro delle feste, Ventimiglia.

Durand de Mende G. 1859, Rationale divinorum officiorum, Napoli.

Hall J. 2002, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano.

Macchiavello S. (a cura di), Liber iurium ecclesiae comunitatis, statuorum recii (1264-1531). Una comunità tra autonomia comunale e dipendenza signorile. Regione Liguria. Assessorato alla cultura. Società ligure di Storia Patria, Genova 2000.

Mâle E. 1986, Le origini del gotico. L’iconografia medioevale e le sue fonti, tr. it., Milano.

Marchini A. 2005-2006, I cicli dei Mesi a Calderara e a Rezzo: problemi artistici e iconografici, in “Bollettino di Villaregia”, nn. XVI-XVII, 2005-2006, pp. 85-124.

Ripa C. 2005, Iconologia, Milano.

Rossi G., Gli antichi statuti di Apricale, ediz. a cura di N. Lamboglia, Bordighera 1986.

[1] Durand de Mende (ed. 1859), p. 733: “ Ausgustus est dictus ab Octaviano Augusto, qui tunc natus fuit, vel quia tunc hostes superavit. Prius tamen dicebautr sextilis, eo quod est a martio”. Ripa (ed. 2005), p. 278: “Questo mese similmente in honore di Augusto dal Senato fu consegrato, perche in questo mese fù la prima volta fatto Console. Trionfò tre volte in Roma & soggiogò sotto la potestà del Popolo Romano l’Egitto, & pose fine alle guerre civili”.

[2]Mâle 1986, p. 84; Hall 2002, p. 143; Ripa (ed. 2005), p. 283: “Un huomo, che stia in atto di acconciare botti, tini, bigonze e barili, havendo appresso di se tutti quegli instromenti necessarij à simile uffitio, che così narra Palladio lib. 9”; Ripa (ed. 2005), p. 285: “ Mesi come dipinti da Eustachio filosofo.  Huomo ignudo, il qual mostra di esser uscito da un fiume, & posto alla riva di quello à sedere, si cuopre con un panno di lino le parti men’honeste & mostra per l’eccessivo caldo sospirare, & mettersi una tazza alla bocca per bere”.

[3] Ripa (ed. 2005),  p. 278: ”. Il fiero aspetto ci da ad intendere quanto mese sia molesto, & come di molti mali può essere cagione, per la stessa canicula dove il Sole si trova, il quale à guisa di rabbioso cane offende, chi non ha buona cura”. Ripa (ed. 2005),  p. 277: “Giovane alato di fiero aspetto, vestito di color fiammeggiante”.

[4] Hall 2002,  p. 143.

[5] Durand de Mende (ed. 1859), p. 728: “Sextum Virgo, quia sicut virgo nil generat, sic tempus illud sterile nil novi generat, generata tamen maturescere facit: est enim tempus canicularium dierum”. Ripa (ed. 2005), p. 278: “Il segno Celeste, che regna in questo mese, è chiamato Vergine, per dimostrare, che sì come la Vergine è sterile, né da se genera, così il Sole in questo tempo non produce cosa alcuna: ma solo le prodotte matura & perfettiona”.

[6] «Al principio della storia della nostra povera umanità, c’era difatti un albero piantato al centro dell’Eden. Era la sede di ogni dolcezza e di ogni sapienza; era anche il simbolo evidente e centrale del patto fra l’uomo e Dio, e come tale collegava le regioni cosmiche. Quale simbolo di abbondanza inesauribile, di sapienza, di vita (…)», cardini 2003, p. 147.

[7] Cardini 2003 pp. 173-182.

[8]Le seguenti considerazioni sono tratte da Marchini 2005- 2006, pp. 85-124.

[9] Ripa (ed. 2005),  p. 277.

[10]Negli statuti della comunità di Rezzo sono citate ad esempio pere ciliegie, mele, pere, prugne, fichi ed uva Macchiavello 2000, p. 53.

[11] Il fico è ricordato in tutti gli statuti; per esempio, si può citare la punizione prevista per i ladri di fichi menzionata negli statuti di Diano: «Stabiliamo e ordiniamo che se una persona sarà trovata o vista a rubare i fichi degli altri, sia condannata ad una multa da pagare al comune di 40 soldi, a versare altrettanto al proprietario o alla proprietaria dei fichi e a risarcire il danno; ogni persona che goda buona fama e non sia in sospetto di odio (verso l’accusato) potrà accusare il malfattore e si presti fede al suo giuramento”, calvini 1988, p. 259, oppure a p. 227: “Se qualche persona sia stata vista da qualcuno o trovata tra le viti o i fichi altrui, nel tempo in cui le uve e i fichi sono maturi, chinata sulle viti o mentre transita in terre altrui aggregate di dette piante o di qualcuna di esse, mentre tira a sé i rami di fico o mentre tende le mani a detti rami e viti e li tocca, anche se non sarà stata vista a prendere i frutti, per questo solo fatto o tentativo ogni persona sia condannata in soldi 5 a favore del comune, per ogni persona e per ogni volta, e altrettanto al padrone o alla padrona della cosa ».

[12] Sulle figure dei campari, v.  calvini 1983, pp. 52 –53; rossi 1986, p 156.

[13] calvini 1983, p. 76.

[14] calvini, 1988, p. 233; rossi 1986, p. 165.