Formae Lucis

Nei dettagli nascosto

Dicembre: la raffigurazione dei mesi nella Diocesi di Albenga-Imperia

A Dicembre, mentre il freddo avvolge il mondo, si zappano i campi, si semina, oppure si macella il maiale o lo si arrostisce[1]. Il segno del mese è il Capricorno, perché, come il capricorno vive e si alimenta nei dirupi e sugli alti monti, così in questo mese il sole “è in altissimo grado verso ‘l mezzogiorno[2].  Il nome deriva dall’essere il decimo mese a partire da Marzo, con il quale iniziava l’anno presso i Romani[3].

Ripa ne mette in luce gli aspetti più cupi, legati al clima rigido: “ Giovane di aspetto horrido, come anche saranno gli altri due mesi seguenti, vestito di nero (…) ”. Il colore riflette quello della terra nuda, spoglia e raggelata. La personificazione però, sempre secondo Ripa, regge una tazza piena di tartufi, perché in questa stagione abbondano[4]. Ma Dicembre è anche il periodo in cui, poiché il freddo impera, ci si dedica ad attività non direttamente legate alla terra e che, nel mondo contadino, erano soprattutto legate alla fabbricazione di oggetti di legno o utensili necessari ai lavori o alla vita quotidiana. A tal proposito Ripa sottolinea che il mese può anche essere raffigurato con un uomo che con l’accetta sega un albero, dato che in questo periodo sembra che qualità del legno sia migliore. E’ anche il momento durante il quale si pota, ad esempio, la vigna, con i cui giunchi si fanno ceste ed altri oggetti[5] .

La raffigurazione di Dicembre forse più diffusa è però quella dell’uccisione del maiale, che nei mesi precedenti avevamo visto essere nutrito di ghiande per ingrassare a dovere.  Nel passato la macellazione del suino era un vero avvenimento, una sorta di rito sacrificale che si celebrava di fronte ad un pubblico[6].  Ogni anno le fatiche, gli stenti, la fame trovavano così una ricompensa nella tavola del pranzo di Natale, una delle poche occasioni in cui, insieme a Pasqua, la monotonia – e la povertà – dell’alimentazione quotidiana veniva interrotta dalla comparsa della carne. Il banchetto è infatti uno dei passaggi fondamentali delle feste di rinnovamento; la sua abbondanza è una garanzia per l’anno venturo. Soprattutto, mangiare carne di maiale voleva dire augurarsi che il grasso e la fertilità del suino contrassegnassero anche la vita di chi se ne cibava[7].

Nelle raffigurazioni non emerge violenza, non ci può essere orrore, perché Dio ha posto l’uomo al di sopra di tutte le altre creature: l’ordine della natura è l’ordine di Dio. La morte dell’animale è necessaria alla nostra vita, è una logica che l’uomo medievale accetta totalmente, è nell’ordine normale delle cose, così come lo scorrere del tempo, il suo ritornare ogni anno[8].

Il legame tra il sacrificio del maiale e le feste natalizie affonda le sue origini nell’epoca romana e in antichissimi riti agresti. Durante i Saturnalia, che cadevano da metà a fine dicembre, si sacrificava infatti un maiale a Saturno. La ricorrenza del 25 dicembre si riallaccia poi ad un’altra sovrapposizione, quella al culto di origine siriana per il Sol comes Invictus che, insieme a quello per Mithra, comparve a Roma pressoché contemporaneamente al cristianesimo, riscuotendo grande interesse. I festeggiamenti del 25 dicembre si imposero però, alla fine del III d. C, quando l’imperatore Aureliano, di origine siriaca, dedicò al culto solare una festività, il dies natalis solis invicti, che si teneva due giorni dopo il solstizio invernale.  Il sol invictus fu poi paragonato al Cristo nascente ed il giorno della nascita di Cristo coincise con quello della nascita del dio sole; anche l’iconografia del dio solare ispirò sia quella imperiale, sia quella primitiva del Cristo[9].

Il periodo natalizio ha preso così il posto delle celebrazioni di Saturno e del Sole, il tempo è però sempre quello del solstizio d’inverno in cui il sole inizia ad imporsi sulle tenebre, un tempo di caos, ma anche di rigenerazione, un tempo di eventi straordinari, quando tutto può essere sovvertito. Proprio durante l’inverno – il periodo delle giornate brevi, quando l’attività agricola si ferma e ci si raccoglie davanti al focolare dove un robusto ceppo deve durare sino all’Epifania nel nuovo anno – accade l’evento più straordinario, la venuta al mondo del Figlio di Dio. Nel silenzio della notte, mentre in apparenza tutto dorme, la luce inizia ad imporsi sull’oscurità: la luce di Cristo ha iniziato a rischiarare le tenebre con la promessa della salvezza.

Dicembre: San Giorgio di Calderara

Nella nostra diocesi il mese di Dicembre si conserva a Calderara, a Ranzo, a Diano Castello e, in modo assai dubbio, come poi si dirà, a Rezzo[10].

L’iconografia dominante è quella della macellazione del suino, la cui carne sarà protagonista delle feste per ragioni anche simboliche. Si riteneva infatti che mangiare il maiale portasse ad appropriarsi della sua prosperità, come si pensava che altre virtù provenissero da diversi cibi, ad esempio l’uva; il banchetto di Natale, aveva anche ulteriori aspetti rituali, ad esempio il numero fisso di portate, che in Liguria erano sette oppure nove[11].

Dicembre: San Pantaleo a Ranzo

La scena di Dicembre torna pressoché identica sia a San Giorgio sia in San Pantaleo. I due uomini vestono entrambi un grembiule per riparare le vesti dal sangue, si apprestano a stordire con un colpo di scure l’animale che sbuca da una stalla accuratamente definita nei particolari: tetto, mattoni dei muri, a Ranzo anche un piccolo oculo in facciata. Non c’è alcuna violenza espressa, l’animale è ancora vivo e il colpo non si è ancora abbattuto sul suo capo, l’espressione dei personaggi è serena e senza sforzo il gesto; nei cicli, oltre al sorriso con cui le personificazioni affrontano lietamente i loro lavori in realtà assai duri, la morte, il sangue restano ai margini.

Il “Maestro di Bastia” a Calderara ritrae l’uomo di fronte al maiale, leggermente chinato nell’atto di colpirlo mentre sbuca dalla porta. Il suolo è un acciottolato, perché non ci si trova nei campi. I colori della tabula sono caldi, sopra essi risalta il fresco verde dell’abito della figurina, il cui capo è ben coperto da una cuffia legata sotto il mento. A Ranzo, come è nella sensibilità del “Maestro di San Pantaleo”, il personaggio è una figura quasi caricaturale che, ritratta nel momento in cui sbuca dalla stalla la quale ancora in parte lo nasconde, sembra tendere una sorta di agguato con la scure levata all’ignaro maiale. L’uomo è fasciato da una veste gialla come il berretto contornato da una fascia rossa.

Diano Castello: San Giovanni Battista, la macellazione e il mulattiere

Anche in San Giovanni Battista è evidente come, sebbene in modi lievemente diversi, l’anno termini con il sacrificio dell’animale che diviene cibo per l’uomo. A questo momento sembra però che si siano dedicate più tabulae, infatti, accanto alla macellazione, compare lo squartamento dell’animale. Le due scene paiono, però, sistemate in modo inverso rispetto all’ordine logico degli avvenimenti, perché la linea di svolgimento dei Mesi sembra svilupparsi, quasi nella sua interezza, da destra a sinistra.

A Diano Castello, invece del solito maiale, viene però ucciso un bovino, come rivelano le evidenti corna. In questo caso la scure è già sul capo dell’animale, ma l’espressione dell’uomo resta serena e la bestia non mostra evidenti segni di sofferenza. Lo stato di conservazione della tavoletta non è ottimale, ma sembra non esservi raffigurata alcuna costruzione.

Nell’altro scomparto il macellaio si appresta a suddividere l’animale che è appeso per le zampe posteriori, sebbene a oggi non sia visibile nulla che lo trattenga. Dal ventre aperto fanno capolino gli intestini arrotolati, ma anche qui il sangue non è esibito. L’uomo, con un’espressione quasi annoiata, procede al lavoro, sulla sua semplice cappa grigia risalta il suo voluminoso cappello rosso.

Rezzo, Santuario: Mulattiere

Concludiamo con il problema rappresentato dal mese di Dicembre nel santuario di Rezzo. Qui, dopo Novembre, ristretto per assenza di spazio di fronte al grande riquadro dedicato alla Cavalcata dei vizi e all’Inferno, il ciclo sembra terminare, apparentemente senza la tabula dedicata all’ultimo mese dell’anno; però, sotto la grande rappresentazione dei tormenti dell’aldilà, all’interno di una fascia orizzontale, compare la figura di un mulattiere di fronte al quale si svolge un elaborato motivo a racemi vegetali rossi. L’Inferno, rispetto all’altro riquadro dedicato a Purgatorio e Paradiso, si sviluppa maggiormente verso il basso, ciò farebbe apparire logico, anche se non coerente con il resto del ciclo, che le proporzioni di Dicembre siano diverse, ma il personaggio che segue il mulo carico, contrariamente a tutte le altre personificazioni, non è inserto in alcuna tabula, non è accompagnato da alcuna denominazione e l’attività non ha apparentemente alcun legame con le iconografie o le attività di Dicembre. Inoltre non avrebbe alcuna logica dottrinale realizzare il mese in cui nasce Cristo, proprio sotto la Cavalcata dei vizi e i tormenti infernali.

L’osservazione delle tavolette di Diano Castello propone in modo nuovo il problema di Dicembre, infatti, anche se non è chiaro se si possa considerare facente parte del Ciclo dei Mesi o di quello dei Mestieri, curiosamente, dopo le tavolette dedicate all’uccisione dell’animale e alla sua suddivisione in quarti, segue un mulattiere assolutamente identico a quello che chiude il ciclo di Rezzo.

Bibliografia

Cardini F. 2003, Il libro delle feste, Ventimiglia.

Durand de Mende G. 1859, Rationale divinorum officiorum, Napoli.

Giardelli P. Il cerchio del tempo. Le tradizioni popolari dei Liguri, Genova 1991.

Hall J. 2002, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano.

Marchini A. 2005-2006, I cicli dei Mesi a Calderara e a Rezzo: problemi artistici e iconografici, in “Bollettino di Villaregia”, nn. XVI-XVII, 2005-2006, pp. 85-124.

Ripa C. 2005, Iconologia, Milano.

[1] Hall 2002,  p. 144, Ripa (ed. 2005), p. 286.

[2]  Durand de Mende (ed. 1859),  p. 728: “Decimum Capricornus. Sicut enim capricornus in abruptis montis, sive in excelsis praecipitiis pascitur, sic sol tunc est in altissimo gradu versus meridiem, vel sicut capricornus montes solet ascendere, si sol tunc ad nos ascendere incipit. Rursus, antiqui capricorni figuram inter sydera finxerunt, propter capram Iovis nutricem cuius posteriorem partem corporis in piscis effigem formavernunt ut pluvias designarent, quas plerimque idem mensis in extremis solet habere”;  Ripa (ed. 2005),  p. 280

[3] Durand de Mende (ed. 1859), p. 733.

[4] Ripa (ed. 2005), p. 280.

[5] Ripa (ed. 2005),  p. 284: “ Secondo Palladio lib. 13, essendo Decembre principio dell’inverno, & l’aria fredda, la virtù degli alberi si concentra in essi, & sono più durabili li legnami per le fabriche, & per far ogn’altra opera….

[6] Per gli aspetti rituali della macellazione del maiale, vedi Marchini 2005- 2006, pp. 93-93 con bibliografia relativa e giardelli 1991, p. 24.

[7] giardelli 1991, p. 24.

[8] Considerazioni tratte da Marchini 2005-2005, pp. 85-124.

[9] Cardini 2003, pp. 72-75; sul ciclo delle festività tra dicembre e gennaio Cardini 2003, pp. 138- 141.

[10] Le seguenti considerazioni sono in parte tratte da Marchini 2005-2005, pp. 85-124.

[11] Giardelli 1991, p. 24

[testi di Anna Marchini]