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La Divina Commedia, poema di luce: la “traduzione per immagini” di Gustave Doré

I. La luce di Beatrice

 Secondo un luogo comune che ancora resiste nell’immaginario collettivo, il Medioevo sarebbe un periodo buio e retrivo, un’oscura epoca di passaggio tra l’Antichità classica e il Rinascimento. Nulla di tutto ciò corrisponde al vero: in realtà il Medioevo ama profondamente la luce, ne studia le leggi, ne utilizza in vari campi l’alto valore simbolico. La grande e compianta storica Régine Pernoud nella pubblicazione che porta significativamente il titolo Luce del Medioevo si sofferma su questo tema, osservando che nella costruzione delle cattedrali c’era un’attenta ricerca di fonti di luce: Certe epoche sono più propense alle chiese buie, la cui oscurità, si pensava, favorisse il raccoglimento. Ma il Medioevo amava la luce: la sua grande preoccupazione è stata di avere santuari sempre più luminosi[1]. Le vetrate dovevano lasciar passare i raggi del sole e illuminare così lo splendore delle celebrazioni religiose e le Chiese erano spesso costruite con l’abside rivolte ad Oriente, dove sorge il sole, seguendo in questo una tradizione già di origine pagana. Anche sul piano letterario non viene smentita questa continua ricerca della luce: Dante nella sua Commedia ne fa uno degli elementi chiave per comprendere il viaggio che lo condurrà alla visione di Dio.

Nasce qui una rubrica che accompagnerà il lettore alla riscoperta delle fonti di luce che si osservano lungo tutto il poema dantesco e che si concentrano nel Paradiso.  Le tavole incise da Gustave Dorè[2] – che commentano, o – meglio – traducono con immagini l’opera di Dante – saranno il punto di partenza per le riflessioni che, partendo dai canti preliminari della Commedia, andranno dipanandosi lungo le tre cantiche, fino alla visione finale di Dio.

La Divina Commedia illustrata da Gustave Dorè, particolare del frontespizio e della tavola di apertura

Questa versione della Commedia dantesca – presente nella ricca collezione libraria della Biblioteca Diocesana – colpisce per l’aderenza delle illustrazioni al testo originario: le tavole del Dorè non sono un commento né una libera interpretazione dell’opera dell’Alighieri. Sono piuttosto un’autentica “traduzione in tavole” dei versi del Poeta e seguono fedelmente e con umiltà l’ispirazione che le ha generate.

Nella Commedia il tema della luce è particolarmente presente nel Paradiso, che per questo è stato definito “la cantica della luce”. Nondimeno, il tema è presente in tutto il poema, fin dai primissimi canti.

Dante all’inizio del suo viaggio è in una selva oscura, gravato dal peccato, e ha smarrito la strada del bene; ma già nel secondo canto si annuncia un segno che induce alla speranza. Egli sente tutta la responsabilità di questo percorso, confessa la propria codardia chiedendo a se stesso e alla sua guida il senso di questo cammino: Virgilio risponde prontamente ai quesiti di Dante, affermando con decisione che la strada che percorreranno è stata voluta da Dio e realizzata con il concorso di Maria Santissima, Santa Lucia e Beatrice. Dante introduce per la prima volta Beatrice nel suo poema con questo verso: Lucevan gli occhi suoi più che la stella. Gli occhi sono la porta dell’anima e Beatrice ha gli occhi pieni di luce, quella luce di cui il Poeta ha bisogno per riprendere la diritta via. Dante non è solo nel suo cammino di conversione: lo accompagnerà fino all’ultimo lo sguardo di Beatrice, mandata dal Cielo a soccorrerlo e a guarirlo.

“Lucevan gli occhi suoi più che la stella”, Inf. II, 55

Questa luce che promana da Beatrice è resa in modo mirabile nell’incisione di Dorè: la figura è circonfusa di luce, l’aspetto è giovanile e modesto. Dante sta per entrare nell’Inferno vero e proprio, ne l’etterno dolore, ma il motivo del viaggio è la sua salvezza, la salvezza di ogni uomo. Per entrare nella Luce egli ha bisogno di guide e figure di riferimento, piccole, fondamentali luci che lo accompagnano all’incontro con Dio.

[testo di Valeria Moirano]


[1] R. Pernoud, Luce del Medioevo, Gribaudi, Milano 2007, p. 169

[2] Gustave Doré (1833-1883) nacque a Strasburgo ma ben presto si trasferì a Parigi. Artista eclettico e poliedrico, si misurò con successo nella pittura, nel disegno, nella scultura anche se la sua fama è maggiormente legata alla sua attività di illustratore e intagliatore. Illustrò – oltre al capolavoro dantesco – le favole di La Fontaine e la Bibbia.