Formae Lucis

Luce e Letteratura

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” – La luce nella Divina Commedia II

L’Inferno di Dante presenta tutte le forme del male, dall’ignavia al peccato che il Poeta ritiene essere la colpa più grave: tradimento. Anche la scenografia dell’intera prima cantica risente di questa vera e propria immersione nel peccato: l’ inferno è il “loco d’ogni luce muto”, è immerso nel buio e nel fumo, e infine nel ghiaccio, segni sensibili dell’allontanamento da Dio, la vera Luce.

Eppure neanche immerso nel male il cammino umano perde la sua direzione: attraverso la “natural burella” – una cavità naturale che collega l’Inferno dal Purgatorio – Dante e Virgilio, guidati dal mormorio di un fiume, si dirigono verso il mondo della luce: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

E il ritorno alla luce non è solo un fatto fisico, ma un atto di liberazione dal peccato; Dante vuole ricordare all’uomo di ogni tempo che il suo pellegrinare nella vita ha un senso e una direzione chiara: le stelle. Parola, quest’ultima, che conclude le tre cantiche, a significare che l’intento del capolavoro dantesco è – come afferma lo stesso Autore in una lettera a Cangrande della Scala – “rimuovere gli uomini dallo stato di miseria e guidarli allo stato di felicità”.

Nella tavola del Doré sopra riprodotta Virgilio, la prima guida di Dante, indica il cielo stellato. Dopo aver visto e attraversato tutto l’universo del male, il grande Poeta pagano ricorda ancora una volta al suo discepolo il vero obiettivo della vita umana e del loro stesso viaggio: salire, ascendere verso Dio custodendo sempre il desiderio di bellezza e verità presenti nel cuore dell’uomo.

[testo di Valeria Moirano]