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Marzo: la raffigurazione dei mesi nella Diocesi di Albenga-Imperia

Nelle svariate personificazioni con cui viene solitamente raffigurato Marzo convivono tradizioni assai diverse. Il nome stesso si riallaccia al mondo classico: era il mese di Marte, il dio della guerra, quando, concluso l’inverno, si poteva dare inizio ai conflitti, alle spedizioni[1]. Marzo viene quindi rappresentato come Marte che indossa un elmo, regge una spada o agita una torcia. Tale bellicosa immagine può però essere anche accompagnata da un pastore che suona la lira e da un ariete, segno zodiacale che caratterizza il mese [2].

Ancora all’antichità riconduce una particolare iconografia che discende da un famoso precedente classico: il Marzo spinario (giovane che si toglie una spina da un piede)[3]. Questa immagine nel tempo si è caricata di altre valenze che vanno dalla liberazione dal vecchio o dal male, alla leggenda del ragazzo Marcius, che salva Roma dagli Etruschi, nonostante, mentre corre ad avvertire dell’attacco, una spina velenosa gli si conficchi nel piede[4].

Singolare è poi il Marcius cornator: Marzo è intento a soffiare in due corni, a simboleggiare il vento che molto spesso domina le giornate del mese. I capelli sono scompigliati dalle folate, tanto da conferire al personaggio un aspetto inquietante, in alcuni casi quasi demoniaco. La natura del mese è infatti terribile, ambigua, a cavallo tra inverno e primavera, momento in cui la vita esplode con sfrenatezza che può divenire lussuria, in cui i raccolti possono essere minacciati da eventi climatici a volte impetuosi, che decretano, a seconda dei casi, un raccolto copioso o un anno di carestia[5].

Marzo è appunto tempo di transizioni, di passaggio dal vecchio al nuovo, dal gelo al tepore. E’ il mese in cui, in alcune regioni, aveva inizio l’anno, poiché è il mese dell’Annunciazione e con l’Incarnazione ha principio l’esistenza terrena Cristo, grazie alla quale la storia dell’umanità si tramuta, rigenerata dalla Salvezza. Lo sbocciare inarrestabile della vita, di cui i fiori sono un segno tangibile, riconduce poi al giglio offerto a Maria, sì simbolo di verginità, ma anche segno di fecondazione, di cui l’angelo, non a caso ritratto con la chioma e le vesti agitate dal vento, è portatore con il saluto[6]

Seguendo invece il ritmo delle stagioni, Marzo segna la ripresa dei lavori agresti, non si sta più al riparo e nelle raffigurazioni iniziano ad apparire fiori. Nella cultura popolare ligure, e non solo, vi era l’antica la consuetudine del Chiamare marzo, usanza che prevedeva riti piuttosto rumorosi, destinati a risvegliare la natura dormiente, a far germinare i semi e inducendo i germogli, così richiamati, ad uscire dalla terra[7].

Marzo è quindi spesso un contadino che si occupa della vigna, pota, vanga, ma il clima è ancora freddo, come ricordano gli abiti pesanti con cui è sovente ritratto[8]. Nella diocesi di Albenga lo si ritrova appunto in quest’ultima personificazione.

L’unica raffigurazione del mese di Marzo presente nella nostra diocesi è conservata a Diano Castello[9]. Qui, su una delle tavolette che orna il soffitto del luogo di culto, un uomo con una roncola sta potando un albero. La chioma della pianta, in parte scomparsa è oggi risarcita dal restauro, ma si vede ancora bene la salda mano dell’uomo afferrare il ramo, mentre l’altra impugna l’attrezzo. Il personaggio indossa, sulle braghe rosse, una veste gialla trattenuta in vita da una cintura e lunga sino ai piedi ben calzati, sul capo porta un berretto nuovamente rosso ben aderente, segno che le temperature possono essere ancora rigide. Il suolo è reso con la consueta serie di cerchi che rimandano all’idea dei ciottoli e delle zolle di terra.

I rapporti proporzionali tra gli elementi raffigurati non sono realistici. L’albero è infatti piccolo a sufficienza da poter essere interamente contenuto nello stretto spazio deputato all’azione, incorniciato dall’arco in cui compaiono ancora i segni della primitiva decorazione a festoni, mentre il volto e gli arti superiori della figura umana prevalgono sulla parte inferiore del corpo, poiché è sul viso, ma soprattutto sul gesto che deve dirigersi l’attenzione di chi osserva, dato che è in quest’ultimo che si condensa, si incarna un periodo di vita. L’azione compiuta da Marzo era inoltre conosciuta personalmente dalla maggior parte delle persone per cui il ciclo fu realizzato, così come conosciuta e quotidiana era la roncola, anch’essa ritratta con esattezza e posta bene in vista.

Il gesto è quindi verità quotidiana, ma anche simbolo ed essenza. Se da una parte la potatura è perfettamente coerente con la realtà dei lavori agricoli della primavera imminente, l’immagine ha d’altra parte, come sempre, un ulteriore valore. L’albero è infatti un simbolo assai complesso[10] in cui sottosuolo (radici) e cielo (chioma) vengono messi in relazione, è segno di rigenerazione, nascita e, a tal proposito, non si può dimenticare che proprio tra marzo ed aprile cade la Pasqua: la morte del Salvatore coincide con il risorgere della vita nella natura[11].

L’uomo, che a Diano Castello pota, sembra uccidere, in realtà invece rinnova, migliora, chiara allusione alla Passione di Cristo quale dolorosa ma unica via per la salvezza degli uomini. Inoltre il principale strumento della Passione, fulcro simbolico della fede Cristiana, è un manufatto ligneo: la croce. Secondo la tradizione, essa fu realizzata con il legno dell’albero dell’Eden, dalla cui tentazione ebbero origine il peccato e la caduta dell’umanità; un suo ramoscello venne piantato sulla tomba di Adamo e da esso generò la pianta che fornì il legno per la croce[12].

La croce è a sua volta definita Lignum vitae e come tale venne anche in pratica realizzata nei crocifissi: un vero e proprio tronco dal quale spuntano le gemme, così come dal Sacrificio di Cristo si genera la nuova vita per l’umanità.

A istituire un interessante legame tra la croce e il gesto del potare, dell’intervenire dell’uomo sulla natura è quanto si è scoperto su un crocifisso conservato a Casanova Lerrone, ove le gemme non sono state scolpite, ma sono state prodotte naturalmente, a seguito di un voluto intervento dell’uomo che ha inflitto una serie di ferite regolari alla pianta ancora viva, forse in vista del suo futuro utilizzo, gettando così un suggestivo ponte fra la sofferenza del Cristo e quella dell’albero[13].

[testo a cura di Anna Marchini]

Bibliografia

Bawtree J. Il Ciclo dei Mesi, Firenze 2020.

Boggero F. 2004, “Bisogna farlo soffrire perché produca”: le gemme, dagli alberi alle croci, in La Sacra selva. Scultura lignea in Liguria tra XII e XVI secolo, a cura di F. Boggero, P. Donati Genova 2004, pp. 91-93.

Cardini F., Il libro delle feste, Ventimiglia 2003.

Dalli Regoli G., La lunga e intensa vita dello spinario, fra ellenismo ed età moderna. Proposte per una traccia, in LUK 19, 2013, pp. 69-80.

De Champeaux, G., Sterckx S., I simboli del Medioevo, Milano 1992.

Durand de Mende G., Rationale divinorum officiorum, Napoli 1859.

Giardelli P. Il cerchio del tempo. Le tradizioni popolari dei Liguri, Genova 1991.

Hall J., Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano 2002.

Jacopo da Varagine, La leggenda aurea, Firenze ed. 1990.

Mâle E., Le origini del gotico. L’iconografia medioevale e le sue fonti, tr. it., Milano 1986.

Marchini A. 2016, Il soffitto della chiesa di San Giovanni Battista, in Diano Castello. Arte, storia, cultura e tradizioni di un borgo ligure, a cura di D. Gandolfi, A. Sista, Imperia, pp. 229-232.

Ripa C., Iconologia, Milano 2005.


[1] Cardini 2003, p. 225.

[2]“Giovane di aspetto fiero, habbia in capo un’elmo, vestito i color tanè, che tiri al negro, & agl’homeri l’ali, con la destra mano tenghi con bella gratia il segno dell’Ariete, adorno di fiori di mandorle & con la sinistra mano una bella tazza piena di prugnoli, sparagi & lupoli.(…)L’essere questo mese d’aspetto fiero & che tenga in capo l’elmo, dimostra esser stato dedicato da Romolo à Marte suo genitore. Si veste del sopradetto colore, essendo il color tanè composto di due parti nero & rosso. Per le due parti nero ci viene à significare il colore della terra, & la parte rossa la virtù, & forza d’essa, la quale in questo mese col tiepido calor del Sole, incominciano a germogliar le piante, & la natura di tutti gl’animali à risentirsi.” Ripa (ed. 2005), pp. 274-275. “ Mesi come dipinti da Eustachio filosofo. Marzo principio dell’anno Secondo gl’antichi Un soldato tutto vestito di ferro, con la lancia & scudo alludendo al nome del mese formato da Marte, perche in questo mese si finiscono i svernamenti della Militia, & si ritorna à gli essercitij della guerra vigorosamente.”,  Ripa (ed. 2005), p. 284; Hall p. 143.

[3] La particolare posa del giovane, che solleva una gamba appoggiandola al ginocchio dell’altra, può forse essere stata ricondotta al carattere lussurioso, sfrenato con cui si percepiva il tumultuoso rinascere della natura a primavera e per tale ragione associata al mese di Marzo. Dalli Regoli 2013, pp. 69-80.

[4] Bawtree  2020, pp. 62- 63.

[5] Cardini 2003, pp. 222- 23. “Martius dicitur a Marte patre Romuli. Vel quia eo tempore cuncta animantia aguntur ad marem, et ad concubandi voluptatem.”,  Durand de Mende (ed. 1859), p. 732.

[6] Cardini 2003, p. 224.

[7] Giardelli 1991, pp. 123-124.

[8]Un giovane con una vanga in mano, & mostri di scalzare le viti, & da un lato sia un cavallo” Ripa (ed. 2005), p. 281; Mâle 1986, p. 84.

[9]  Marchini 2016, pp. 229-232.

[10] Cardini 2003, pp. 144-150; De Champeaux, Sterckx  1992, pp. 279-378.

[11] Sulle divinità sacrificate in primavera vedi Cardini 2003, pp. 162- 165.

[12] Jacopo da Varagine (ed. 1990), pp. 306- 315. Secondo un’altra tradizione Nella bocca di Adamo morente sarebbero stati posti alcuni semi dell’albero della Misericordia, dal quale sarebbe poi nata la pianta che avrebbe fornito il legno della croce.

[13] Boggero 2004, pp. 91- 93.