Formae Lucis

Nei dettagli nascosto

Settembre: la raffigurazione dei mesi nella Diocesi di Albenga-Imperia

Settembre viene legato quasi sempre alla vendemmia o alla pigiatura dell’uva; inevitabili segni ne sono le botti, i tini e la loro preparazione[1]. In alcuni casi si incontra ancora la trebbiatura.  Il mese è ricco di frutti[2] e, seguendo la tradizione classica, lo si identifica con Cerere incoronata di frutti che regge una cornucopia colma di grappoli d’uva ed una bilancia[3]. A settembre infatti il sole entra nel segno della Bilancia, nella quale si vede un riflesso dell’equinozio, quando le ore di luce e quelle di tenebre sono in equilibrio [4]. L’etimologia del nome deriva dal mondo romano in cui, essendo marzo il primo mese dell’anno, settembre è di conseguenza il settimo[5].

Santuario di Rezzo

Come per i mesi estivi, dedicati al ciclo del grano, anche quelli autunnali, dedicati alla vinificazione, richiamano precise attività stagionali, ma al contempo si fanno portatori di valori sacri. I gesti del quotidiano, tradotti in precise e realistiche raffigurazioni, assumono un potente rilevo simbolico, se osservati ascoltando le parole di Giovanni 15, 1-6: “ Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto (…) Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e dio in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.

Inoltre, come il pane è il corpo di Cristo così il vino è il suo sangue. Le figurazioni di Settembre si legano quindi all’Eucarestia celebrata durante le funzioni.  Matteo 26, 27-29: “Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: – Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in emissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel Regno del Padre mio”.

Marco 14, 23- 25”Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: – Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio “.

Luca 22, 17-18: “ E preso un calice, rese grazie e disse: – Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio “.

Giovanni 6, 53-57: “Gesù disse: – In verità in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. (…) Questo è il pane disceso dal cielo, (…) Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Il Regno dei cieli, in cui si assaporerà il vino dello Spirito, si riflette nell’immagine reale del Pantocrator che solitamente campeggia nel catino absidale. Il vino, oltre che all’istituzione dell’Eucarestia durante l’ultima cena, rimanda al primo miracolo di Cristo: l’acqua mutata in vino durante le nozze di Cana. Tra i due episodi della vita del Salvatore vi sono evidenti richiami che hanno la loro radice nella simbologia del vino, già presente nell’Antico Testamento, e in quella della condivisione del cibo.

L’otto del mese, secondo la tradizione, ricorre la nascita della Madonna. La madre del Salvatore vede la luce proprio tra la fine della stagione del grano e l’inizio di quella del vino, mentre il sole è ancora nella costellazione della Vergine. Come l’Annunciazione cade il 25 marzo, equinozio di primavera, così la nascita di Maria si colloca poco prima di quello d’autunno, esattamente tre mesi prima della ricorrenza dell’Immacolata che, per quanto dogma solo dal 1854, ha radici antichissime e trova particolare eco nei Vangeli apocrifi. Maria è la donna non macchiata dal peccato originale, e da lei, venuta al mondo nel periodo in cui il giorno si fa più breve ma lume acceso contro l’oscurità, nel solstizio d’inverno, quando la luce inizia a vincere sulle tenebre, nascerà Cristo, che dona all’uomo la Salvezza[6].

Nella nostra Diocesi l’immagine del mese di Settembre è presente in tutti i siti[7] – Calderara, Ranzo, Rezzo, Diano Marina – e si lega al ciclo del vino.

A Calderara, su uno sfondo chiaro, un personaggio lavora a un tino. Si intuisce che la temperatura s’è ormai abbassata, poiché l’uomo indossa una giacca con maniche lunghe e, a proteggere dai primi freddi, un particolare copricapo che veniva confezionato con teli di panno ripiegati, cuciti o annodati di volta in volta, mentre una loro falda, come in questo caso, veniva lasciata pendere sulle spalle[8].

A Ranzo solo il disegno preparatorio resta a definire Settembre. L’attività compiuta non è però definibile con sicurezza. Il personaggio, sulle cui guance spicca il rosso della preparazione di base, indossa una blusa stretta in vita ed ha le braccia levate. Il canestro, i cui intrecci sono definiti con precisione, è probabilmente appeso, dato che si colloca ad un livello più alto rispetto a quello del suolo. Sullo sfondo linee verticali si intersecano con orizzontali e possono far pensare ad un pergolato della vite. A supportare l’ipotesi che si tratti di una personificazione legata al ciclo del vino sono la coerenza sia con il reale svolgersi di tali attività durante questo periodo, sia con le indicazioni statutarie che prevedevano l’inizio della vendemmia a partire dal giorno di San Michele – 29 settembre- ed infine con le raffigurazioni di altri cicli in cui Settembre o Ottobre sono quasi sempre dedicati alla vite e al vino.

 Nel Santuario di Rezzo il mese è caratterizzato come tutti gli altri personaggi raccoglitori da evidenti sproporzioni, in questo caso una mano di spropositate dimensioni colloca un frutto in un canestro alto e stretto ed appoggiato a terra; l’altro braccio, esageratamente lungo, è invece proteso verso i rami. Rispetto ad Agosto variano il vestito, in questo caso una cappa bianca, simile a quella di Giugno e Luglio, ed il contenitore alto e stretto. Sia l’aspetto dell’albero che dei frutti non riconducono però con sicurezza alla vite.

A Diano Castello la sequenza dei Mesi, dopo l’Agosto raccoglitore, continua in modo imprevisto con la scenetta che ritrae la nutrizione dei maiali, ma la tavoletta successiva raffigura un uomo che emerge da un tino. Questa anomalia fa quindi ritenere vi siano state risistemazioni, poiché solitamente il guardiano dei porci viene raffigurato quale personificazione di Ottobre o Novembre, stante la macellazione degli animali in Dicembre. Non avendo alcuna possibilità di conoscere le vicende relative al tetto della chiesa di San Giovanni Battista, ci si limita qui ad accettare quale Settembre, in coerenza con le altre iconografie, la figura legata al ciclo del vino.

Il personaggio è abbastanza inusualmente ritratto senza vesti, salvo l’immancabile copricapo. L’anatomia è risolta con pochi tratti sintetici ma realistici. L’uomo, dall’espressione concentrata ma serena, con le mani si tiene saldamente afferrato al bordo del tino, da cui sbuca dalla cintola in su, per reggersi durante la faticosa operazione della pigiatura.  La parte inferiore del corpo scompare dentro il tino rialzato per permettere al mosto di colare giù; il tutto viene risolto con una evidente sproporzione per permettere di ospitare tutti i particolari all’interno del piccolo spazio.

La vendemmia, come si è già accennato, secondo gli Statuti della Liguria di Ponente, poteva iniziare il 29 settembre, giorno di San Michele. Era una attività strettamente regolamentata: il periodo in cui si era autorizzati a procedere era stabilito dalle autorità e vi erano anche pene per chi non lo rispettava[9]. La coltivazione della vite infatti nella nostra regione è stata molto importante fino all’imporsi dell’ulivo[10]. Alcuni vini liguri del passato godevano anche di grande prestigio internazionale, in specie il moscatello di Taggia, nominato quale eccellente da Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese[11].

Gli Statuti riservavano particolari attenzioni anche alle botti ed ai cerchi, tanto che la loro realizzazione e vendita era regolamentata. Assai severe erano le norme riguardanti il taglio dei virgulti di nocciolo, utili a fabbricare i cerchi di botti e tini ed altri attrezzi[12].

BIBLIOGRAFIA

Calvini N., Statuti comunali di Sanremo, Sanremo 1983.

Calvini N., Gli statuti comunali di Diano (1363), in Miscellanea di Storia, arte, archeologia dianese, Quaderni della Communitas Diani, 1988.

Cardini F. 2003, Il libro delle feste, Ventimiglia.

Durand de Mende G. 1859, Rationale divinorum officiorum, Napoli.

Hall J. 2002, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano.

Macchiavello S. 2000, Liber iurium ecclesiae comunitatis, statuorum Reciim (1264-1531). Una comunità tra autonomia comunale e dipendenza signorile. Regione Liguria, Assessorato alla cultura, Società Ligure di Storia Patria, Genova.

Marchini A. 2005-2006, I cicli dei Mesi a Calderara e a Rezzo: problemi artistici e iconografici, in “Bollettino di Villaregia”, nn. XVI-XVII, 2005-2006, pp. 85-124.

Quaini M., Per la storia del paesaggio agrario in Liguria, Savona 1973.

Rossi G., Gli antichi statuti di Apricale, ediz. a cura di N. Lamboglia, Bordighera 1986.

Ripa C. 2005, Iconologia, Milano.

Šebesta G. 1996, Il lavoro dell’uomo nel ciclo dei Mesi di Torre Aquila, Provincia Autonoma di Trento, Dipartimento Cultura Servizio Beni Culturali, Castello del Buonconsiglio.

[1] Ripa (ed. 2005), p. 283: “ Huomo che tenghi un cesto pieno d’uve con le coscie, e gambe nude come quelli che s’occupa ne gl’essercitij di cavar il mosto dall’uve, & a canto vi sarà un tino pieno d’uve, le quali mostrando d’esser peste, da esso tino eschi il mosto, & entri in un altro vaso”. Ripa (ed. 2005), p. 285: “ Mesi come dipinti da Eustachio filosofo Huomo anch’esso in habito di contadino, con una ghirlanda di pampane in testa, tiene in mano alcuni grappi d’uva, con le gambe, & coscie nude, come quelli che si occupano nello essercito di cavare il mosto dall’uve”.

[2]Ripa (ed. 2005), p. 278: “ Giovane alato, allegro, ridente, vestito di porpora, haverà in capo una ghirlanda di miglio, e di panico, nella destra mano il segno della Libra, & con l’altra mano il cornucopia pieno di uve bianche, & nere, persiche, fichi, pere, mele, lazzaruole, granati, & altri frutti”.

[3] Hall 2002, pp. 143-144.

[4]Durand de Mende (ed. 1859), p. 728: “Septimum Libra, sic dictum est ab aequalitate mensis ipsius, quia sole ibi esistente, dies et nox aeque ponderata est, quia tunc est aequinoctium autumnale”.  Ripa (ed. 2005), p. 278: “ Tiene il segno della Libra per dimostrare che in questo tempo viene il Sole in questo, & fassi l’Equinotio agguagliandosi la notte, col giorno, come disse ancora Vergilio. Libra dies, somnique pares ubi fecerit hortus”.

[5] Durand de Mende (ed. 1859), p. 733: “September nomen habet a numero et imbre, quia septimus est a martio, et imbres habet”. Ripa (ed. 2005), p. 278 aggiunge che per breve tempo il mese fu chiamato anche Germanico: “Chiamasi Settembre, per essere, come si è detto, il settimo, se bene si chiamò qualche tempo Germanico, da Germanico Imperatore”.

[6] Cardini 2003 pp. 182-188.

[7] Le seguenti considerazioni sono tratte da Marchini 2005-2006, pp. 85-124.

[8] Šebesta 1996, p. 96.

[9] calvini 1988, pp. 59 – 60 e a p. 241: «… ogni anno alle calende di settembre o in giorni vicini, debba radunare il Consiglio e chiedere a detto Consiglio che cosa piaccia fare circa le vendemmie; e quello che sarà ordinato dal consiglio sia osservato e avvenga tanto riguardo alle pene da infliggere quanto riguardo le riscossioni e le altre cose pertinenti alle vendemmie». Sulla vendemmia, v. anche macchiavello 2000, p. 87.

[10] Sul vino e sulla coltivazione della vite in Liguria e sulla sua progressiva sostituzione con le piante d’ulivo, quaini 1973, pp. 108 – 126.

[11] quaini 1973, pp. 111 –112.

[12] In Šebesta 1996, pp.171 – 188. Sulle botti e sulla regolamentazione del loro commercio in sede locale, rossi 1986, pp. 163 –164 e calvini 1983, p. 142.