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Vita e luce nel dramma di Alcesti

L’amabile ospitalità che Admeto, re di Fere, città della Tessaglia, ha offerto ad Apollo, ha meritato una ben singola ricompensa: Admeto potrà non morire, qualora riuscirà a convincere qualcuno a morire al posto suo. Il dono di Apollo, dio del sole, dio della luce è dono di vita. Apollo consegna il suo dono senza assistere alla realizzazione di esso; entra in scena la morte, giovine scuro rivestito di atre gramaglie, e la luce si ritira: Apollo, dopo breve dialogo, si allontana per non esserne contaminato. Il dono della vita è un dono complementare, poiché esige la morte e dove c’è l’una non v’è posto per l’altra; parimenti la luce nasce fendendo le tenebre, muore quando esse avanzano, secondo un ciclo che non conosce interruzione.

Vita e luce sono tematiche che percorrono tutto il dramma di Alcesti, messo in scena per la prima volta ad Atene nel 438 a.C. Alcesti è l’amata sposa di Admeto, la migliore di tutte le donne, la cui grandezza non risiede nella nobiltà della stirpe, ma nel coraggio virile con il quale si è offerta di morire al posto del suo sposo. Proprio in questo singolare ribaltamento dell’etica tradizionale, secondo la quale è l’uomo che muore per la propria donna, consiste il dramma di Alcesti. Nessuno ha voluto rinunciare a “vedere la luce del sole”, poiché la vita appare un bene troppo grande per essere sacrificato. Neppure gli anziani genitori di Admeto hanno accettato di immolarsi per lui; “La luce del sole è un bene caro, molto caro” afferma Ferete, padre di Admeto, in un violento sconto verbale con il figlio. Alcesti, invece, ha il coraggio dell’immolazione; si veste a lutto e si prepara a morire con la stessa solennità con la quale gli eroi di Omero si preparavano alla battaglia; esce dalla casa regale andando incontro al suo destino ormai segnato; alza lo sguardo al cielo, invocando un’ultima volta il sole e la luce: “O sole, o luce del giorno e voi, turbini celesti di nuvole in fuga”; infine, si spegne.

Il dramma si focalizza ora sulla figura di Admeto, nel tentativo di indagare le ragioni che lo hanno spinto ad accettare il sacrificio della moglie; il dovere di governare la polis o la necessità di non rendere orfana di padre la prole regale sono elementi che tentano di riscattare il personaggio di Admeto il quale, tuttavia, rimane sempre ben poco empatico allo spettatore/lettore.

Ma il dramma di Alcesti non è pienamente una “tragedia”; fiumi di inchiostro sono stati versati per determinare il “genere letterario” di un’opera che proprio da tale indeterminatezza riceve il proprio fascino imperituro. Eracle, impegnato nello svolgimento delle “ dodici fatiche”, giunge alla reggia di Admeto e, conosciuto il lutto in cui giace tutta la corte, decide di restituire Alcesti al suo sposo e al suo regno: è il celebre deus ex machina euripideo, con il quale si affida ad un intervento divino, inatteso ed estemporaneo, la risoluzione di una vicenda inestricabile: “Molte sono le forme del divino, molte sono le risoluzioni inattese dei celesti; quello che si credeva non si è compiuto, un dio trovò la strada per l’impossibile. E questa vicenda si è suggellata così”.

[Testo a cura di Don Francesco Ramella]