Chiesa antica di San Giorgio in Calderara – Pieve Di Teco (IM)

Progetto PNRR-M1C3-2.2-2022-003817
Finanziato dall’Unione europea – NextGeneration EU
Codice CUP G77B22000310006

Calderara, frazione del comune di Pieve di Teco, si presenta oggi come un piccolo e appartato borgo montano. In passato, tuttavia, il paese e l’intero territorio dell’Alta Valle Arroscia rivestirono una notevole importanza strategica, poiché erano attraversati da importanti vie di transito tra Piemonte e Liguria, tra cui la primitiva via del sale che dal mare, attraverso il Col di Nava, conduceva oltre le Alpi.
L’antica chiesa parrocchiale di San Giorgio nasce come chiesa cimiteriale. In assenza di documentazione di fonti attendibili, gli studiosi sono orientati a ritenere l’edificio di origine romanica datando l’impianto primitivo tra il X e l’XI secolo, pur riconoscendo che è stato in gran parte ricostruito ed ampliato sul lato nord verso l’attuale cimitero nel tardo Medioevo intorno al 1400; si ritiene altresì che l’ampliamento abbia interessato anche la porzione ad ovest in quanto si riconoscono ancora oggi le pietre cantonali visibili sul prospetto sud che delimitavano l’antico perimetro.

Il “Maestro di Bastia”, pittore itinerante all’opera fra Ponente ligure e basso Piemonte, venne chiamato ad affrescare la chiesa a fine XIV secolo, forse per celebrare un profondo mutamento politico; nel 1386 infatti il Comune di Genova aveva acquistato dai Marchesi di Clavesana il territorio di Pieve di Teco, di cui Calderara era “villa superiore”.

La chiesa viene citata nella visita pastorale di Nicolò Mascardi Vescovo di Mariana e Accia effettuata alla Diocesi di Albenga negli anni 1585 – 1586 in cui si riporta: “Si riparino le pareti all’interno e si imbianchino” e nel Sacro e Vago Giardinello iniziato nell’anno 1624 e concluso nel 1653 ove si scrive: “…Chiesa dedicata al glorioso Martire Georgio, quasi sopra Colle a fianco del luogo… in una nave, et ala, col Choro a mezo giorno e facciata a tramontana, col Cemiterio annesso… Nella Parochiale di S. Georgio, che non è consecrata, et ha il Cemiterio annesso, si seppelliscono i Morti”

Nei libri contabili della parrocchia negli anni 1858 – 1859 sono riportate due note di spesa ”per aver fatto spezzare uno scoglio presso l’antica Chiesa di San Giorgio onde ampliare la piazza” e “per quota di concorso alla costruzione del cimitero”; si può dedurre che probabilmente in origine l’attuale ingresso in facciata non esistesse e che l’unico accesso alla chiesa fosse quello laterale sormontato da un elegante protiro pensile; il fronte principale doveva infatti essere contro terra, mentre il fianco offriva un libero spazio ad uno slargo. Si ritiene probabile quindi che, in concomitanza alla costruzione del cimitero sia stato aperto l’attuale ingresso in facciata – tesi avvalorata anche dalla data riportata sul portale 1858- e creato uno slargo davanti al nuovo accesso.

La Chiesa, che sorge vicino al cimitero, è un raro esempio di edificio chiesastico a facciata adiabasica. L’edificio si compone di una navata principale, con abside semicircolare orientata ad Est, e di una navata minore, sul lato Nord, priva di abside.

Sul prolungamento della navata laterale si erge il campanile; a base quadrata, si sviluppa a torre su un basamento in pietra faccia a vista, con quattro ordini di finestre ad arco a tutto sesto, in muratura di pietra intonacata, con le cantonate decorate da un finto bugnato, ora quasi completamente cancellato per dilavamento; la cuspide di coronamento è una piramidale a base ottagonale.

All’interno le navate sono separate da tre arcate consecutive a sesto acuto, in muratura intonacata, sorrette da pilastri rettangolari anch’essi intonacati ed affrescati. ln alto lo spazio si chiude con l’intradosso del tetto ligneo; solo la zona absidale è coperta da volta a catino.

L’edificio non ha grandi finestre, una è sistemata al centro della facciata, fuori asse con il portone d’ingresso, altre due bucature, si posizionano simmetricamente nella nicchia absidale.

All’interno, centralmente, si colloca l’altare in materia decorato; sulle pareti dell’abside e dei pilastri affiorano ampi brani di affreschi; una teoria di santi corona l’ampia abside semicircolare, la cui calotta si imposta direttamente sulla muratura perimetrale senza la cesura dell’arco trionfale.

L’ultimo restauro ha portato in luce la totalità degli affreschi sottomessi da vari strati di tinte che ne hanno permesso una buona qualità del recupero; straordinari risultati si sono ottenuti nella fascia sovrastante l’abside e sulla parete destra dell’aula. L’arco trionfale ha rivelato due ordini decorativi separati dalla traccia di un’antica trave, oggi mancante, che sorreggeva la capriata della copertura. Dall’alto, ai lati della piccola finestra a forma di croce, i simboli della Passione di Cristo caratterizzati dalle figure del sole e della luna, simboli della partecipazione del cosmo alla redenzione sulla croce.

Nell’ordine sottostante, il messaggio dell’Annunciazione attraverso le figure dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine. Alla base dell’arco, sulla destra è dipinta l’immagine di S. Antonio Abate.

Nell’abside un ciclo di affreschi dei mesi purtroppo mutilo; il primo mese è maggio, il mese dell’inizio e lo sguardo del giovane proiettato in avanti per seguire la preda è l’immagine del futuro della rinascita rappresentato da un albero picchettato di bianco, accanto giugno con la mietitura delle messi, luglio con le spighe che giacciono a terra, da qui nasce il pane che sfamerà, ma il pane è anche il corpo di Cristo di cui si celebra sull’altare il sacrificio.

Agosto è il momento di raccogliere i frutti maturati al sole estivo; settembre è il mese in cui iniziava la vendemmia, l’uomo raffigurato si occupa del tino che conterrà il vino, ma il vino è anche richiamo al sangue di Cristo che nell’eucarestia si unisce al pane.

Ad ottobre si ingrassano i maiali in attesa delle feste di fine anno.

Novembre, le tinte brune sono quelle del sonno autunnale della natura; un uomo aiutato da una coppia di buoi ara e getta nei solchi i semi che in primavera daranno i loro frutti. A dicembre si macella il maiale la cui carne trionferà sulla tavola delle feste. Mentre fuori il freddo e la neve coprono la terra nelle case si celebrano la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo. La rappresentazione dei lavori agresti viene cristianizzata e dotata di una nuova valenza: la salvezza passa attraverso la fatica quotidiana non quale condanna ma grazie a Cristo, quale via per la Redenzione.

novembre e dicembre post intervento

Sopra ai mesi dell’anno il catino absidale presenta in centro la maestà di Cristo in trono affiancato da Maria SS. da un lato e da San Giovanni Battista dall’altro e al di sotto una serie di santi che coronano San Giorgio. Nell’abside a sinistra i simboli degli evangelisti Giovanni e Luca e a destra di Matteo e Marco; il messaggio teologico che ne scaturisce è che vivendo in maniera santa i mesi dell’anno, sotto lo sguardo di Dio, si diventa santi.

catino absidale post intervento

Al di sotto, la teoria degli apostoli include al centro San Giorgio e sul lato destro la dolente immagine del Cristo piagato che emerge dal sepolcro.

La parete destra è caratterizzata dai diversi interventi eseguiti nei secoli trascorsi tra il 1300 ed il 1800. I due altari di foggia seicentesca sono sormontati da pronai più antichi, presumibilmente costruiti tra il 1400 ed il 1500 in seguito all’ampliamento dell’edificio sul lato sinistro.

Ornano la parete gli affreschi di fine 1300, eseguiti dal Maestro di Bastia, caratterizzati dalla figura maestosa di San Cristoforo.

Da sinistra verso destra, dall’alto, troviamo S. Lorenzo, San Bernardo di Chiaravalle, una Santa di cui non si conosce il nome, San Domenico, San Giorgio a cavallo e la principessa. Nell’ordine sottostante a sinistra dell’altare San Giorgio a cavallo e a destra S. Antonio Abate.

Sul primo altare è dipinto un polittico composto da tre santi di cui non si conosce l’identità, l’Arcangelo Gabriele e la Vergine. Sul pronao a sinistra si legge chiaramente l’immagine di San Pantaleone. Sulla destra si intravede l’immagine di un santo di cui non è nota l’identità (sec XVI).

Sul secondo altare, da sinistra a destra sono raffigurate Santa Apollonia, Santa Lucia e Sant’ Agata (sec XIX). Sotto il dipinto si notano tracce di stratificazioni di affreschi di epoche più antiche, in parte appartenenti al ciclo trecentesco.

Il pronao è stato affrescato successivamente con motivi floreali (XIX sec); nel centro si nota una croce più antica, presumibilmente dipinta al momento della costruzione del pronao stesso (sec XVI).

Un lacerto affrescato sulla destra dell’altare dimostra l’esecuzione di dipinti anche tra il secolo XV e XVI, essendo sovrapposto alla tamponatura della piccola porta ad arco acuto che conduceva all’antico campanile.

accesso antico campanile

La linea verticale corrispondente alla pietra visibile a pavimento delinea l’antico angolo della chiesa a navata unica prima dell’ampliamento.

Nell’angolo con la parete di controfacciata è emerso in fase di restauro dell’intonaco ottocentesco la nicchia in cui venivano lasciati gli oboli e le offerte.

La decorazione a margine del pavimento che interessa la parete destra e la parete di controfacciata appartiene al ciclo decorativo eseguito al momento dell’ampliamento (sec. XV).

I pilastri e gli archi acuti soprastanti presentano una decorazione rossa e nera composta da motivi geometrici diversificati su ogni lato; eseguita in fase di ampliamento (XV) è caratterizzata dalla sovrapposizione di alcuni affreschi dipinti in un periodo successivo.

Sull’acquasantiera si ipotizza sia raffigurato San Bernardo da Mentone, sul pilastro accanto alla porta di ingresso San Giovanni Battista. Sull’ultimo pilastro sono raffigurate due immagini di Madonna con il Bambino.

Sulla parete sinistra non sono presenti tracce di intonaci antichi, probabilmente talmente deteriorati da essere rifatti nel XIX secolo. La porta laterale che conduce al cimitero è realizzata con grandi elementi monolitici a comporre architrave e stipiti, mentre sulla parete adiacente al presbiterio una piccola porta conduce all’attuale campanile quattrocentesco; accanto si nota la traccia verticale della muratura originale che delimitava l’antico perimetro.

Il pavimento presenta tre botole che conducono a vani interrati destinati a ossari: le due nella navata centrale sono coperte da lastre di marmo, mentre quella nella navata sinistra è chiusa da una lastra di pietra locale.

La facciata risulta fortemente asimmetrica verso Nord, denunciando chiaramente la mancanza, a Sud, della seconda navata laterale; il portale di ingresso risulta spostato a sinistra rispetto all’asse. La finestra circolare, invece, posta in asse con la medesima navata, si colloca in facciata sotto l’incrocio delle falde del tetto.

Esternamente le pareti sono in pietra a vista, solo il campanile è intonacato, come è presumibile che anche la facciata nord e ovest lo fossero.

Il portale di ingresso è definito da elementi in pietra grigia con capitelli d’imposta che seguono l’arco in due pezzi unito con il concio finale sempre in pietra e con scolpito un elemento floreale.

Il tetto a due falde, presenta ancora chiavi lignee e copertura in ciappe di pietra su tavolato con gronda in ardesia e colmi in coppi; nella parte centrale l’orditura è costituita da capriate, mentre nella navata sinistra da travetti posti ad interasse regolare, in continuità con la falda.

L’intervento di restauro e risanamento conservativo dell’edificio di culto, finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU a valere sul PNRR – M1C3 Turismo e Cultura – Misura 2 – Investimento 2.2: “Protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale” con Codice CUP G77B22000310006, ed eseguito negli anni 2023-2025, ha previsto l’esecuzione di opere esterne ed interne.

La copertura, che si presentava inizialmente sconnessa in più punti tra le lastre in pietra, con i coppi di colmo divelti, presentando diffusi punti di debolezza, è stata risanata nel manto mediante il regolare riposizionamento delle ciappe in pietra, poste su listelli, in parte sostituiti, con aggiunta di telo antigoccia tra il manto ed il sottostante tavolato.

La parete nord infestata per gran parte da fitta vegetazione rampicante è stata asportata compreso l’apparato radicale dal terreno.

Internamente, sono stati risanati gli intonaci non affrescati mediante l’eliminazione delle porzioni incongrue o totalmente instabili; le parti soggette a rigonfiamento sono state riaderite con iniezioni di maltina riempitiva ed adesiva a base di calce. Le lacune di intonaco sono state ricomposte con intonaci a base calce con granulometria idonea all’intonaco circostante.

L’intera superficie non affrescata è stata velata a latte di calce pigmentato con ossidi secondo la cromia più vicina alla tinta rilevata in fase di stratigrafie iniziali.

I portoni di ingresso sono stati ripresi nella tinta e manutentati nella ferramenta così come la porta del campanile, che seppur fortemente ammalorata é stata risanata nelle parti degradate e riportata alla sua iniziale efficiente funzione di chiusura.

Il pavimento – costituito da battuto misto di terra, calce e cemento, con inerti di recupero o derivanti da precedenti lavorazioni, eterogenei per geologia e dimensione e con varie zone riprese in tempi successivi, è stato mantenuto nello strato aderente, o almeno più compatto e completato con finitura superficiale eseguita in cocciopesto e malta di calce.

L’immobile è stato altresì dotato di impianto elettrico e di illuminazione con corpi illuminanti posizionati sulle capriate.

Le superfici affrescate, scialbate, sono state riportate alla luce con metodologie differenti, quali rimozione meccanica per mezzo di bisturi e martellina, e impacchi di soluzioni differenti; dopo la pulitura ed il consolidamento è stato eseguito il ritocco pittorico con varie tecniche per restituire la leggibilità alle superfici recuperate.

 

 

 

Rilievo delle “Giornate d’affresco”

Ove possibile, mediante luce radente, è stata rilevata la sequenza delle giornate d’affresco utilizzate dall’artista per la costruzione dell’apparato pittorico. Queste sono evidenziate con una linea rossa nelle foto a seguire.

Progetto e direzione lavori architettonica: arch. Daniela Poggi
Impresa esecutrice: Impresa edile Alessandri Bruno snc
Restauratrice: Stafylopatis Yeorgia
Impianto elettrico: CMF di Donato C.

 

Bibliografia

  • Archivio Diocesano di Albenga, Paneri G.A., Sacro e vago Giardinello e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese, e Diocesi d’Albenga, In Tre Tomi diviso; Cominciato da Pier Francesco Costa Vescovo d’Albenga dell’anno 1624., tomo II, f. 182 – 187
  • Tacchella L., Le visite apostoliche alla diocesi di Albenga (1585-1586), in «Rivista Ingauna e Intemelia», n.s., aa. XXXI-XXXIII, 1976-1978, p. 103
  • Bocchieri, Pieve di Teco; Territorio, storia, arte, riuso, Udine, 1993, p.93-96
  • Bellezza G., Lavorare per conservare. Chiese, palazzi, torri, ville, castelli nell’estremo Ponente della Liguria, Imperia, 2007, pp.298-300
  • Archivio Diocesano di Albenga, Fondo della parrocchia di Calderara, libri 20 e 25