Santuario di Santa Margherita – Mendatica (IM)

Progetto PNRR-M1C3-2.2-2022-003903
Finanziato dall’Unione europea – NextGeneration EU
Codice CUP G87B22000270006

Il santuario intitolato a Santa Margherita si erge in Valle Arroscia, nel comune di Mendatica; di origine cinquecentesca, rimane unica testimonianza del Borghetto, piccolo insediamento abitativo la cui origine, grazie ad un documento ufficiale, è databile almeno al 1328.

Il borgo, situato alle pendici del monte Fronté sulla mulattiera che porta al borgo di Poilarocca ormai diruto, era in una posizione strategica poiché di collegamento con il Piemonte e la Francia e faceva parte della Castellania composta dalle comunità di Cosio, Mendatica, Montegrosso e Pornassio. La fine del Borghetto fu determinata dalla contesa economica e territoriale tra il Ducato di Savoia e la Serenissima Repubblica di Genova, non si ha documentazione certa della sua distruzione ma si presume sia avvenuta intorno al 1625, anno in cui nella valle vi furono molte battaglie.

La chiesa di Santa Margherita fu parrocchiale fino alla distruzione del Borghetto, estinta la sua funzione primaria l’edificio perse il campanile la cui presenza era documentata ed assunse nel tempo varie destinazioni: fu riparo per contadini e viandanti, fu alloggio per i prigionieri polacchi della Prima Guerra Mondiale e fu scelta come buen retiro dall’esploratore norvegese Thor Heyerdhal, che negli anni Settanta del secolo scorso, affascinato dagli affreschi della cappella, decise di completare lì i suoi diari di viaggio.

Nel 2019 sono stati realizzati i lavori di restauro della copertura.

La sua planimetria è di forma rettangolare divisa in tre parti da paraste da cui si impostano le volte a crociera di copertura; sulla parete est è localizzata l’abisde rettangolare che contiene un altare in muratura a pianta rettangolare con mensa in pietra levigata addossato alla parete, al di sopra, in asse è posto un oculo circolare.

L’ingresso principale è posto al centro del lato nord, protetto da un protiro che probabilmente in origine era più ampio, all’interno è stata posizionata una “bussola” costituita da un cancello in ferro che permette di vedere gli affreschi interni anche nei periodi di chiusura dell’immobile. Sulla stessa parete, nel tamponamento di un’arcata trova sede una finestra in legno; sulla parete opposta troviamo un altro accesso ed una feritoia ricavata probabilmente in epoca successiva agli affreschi. Il pavimento è in lastre rettangolari di pietra locale.

La trama delle murature perimetrali è in pietra a vista, con la possibilità di osservare sui lati ovest e nord, in particolare, la presenza di archi tamponati, che in passato probabilmente definivano altre linee dell’architettura della chiesa, e che ad oggi testimoniano alcune fasi di lavorazioni eseguite che hanno poi caratterizzato l’attuale composizione architettonica del manufatto.

La copertura che ripara il monumento si compone di due falde disposte a capanna, ed il manto è costituito da ciappe di forma irregolare, di vario spessore e posate a più strati su tavolato ligneo. Le pareti interne sono affrescate eccetto la parete nord che non presenta alcun tipo di decorazione.

L’intervento di restauro e risanamento conservativo dell’edificio di culto, finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU a valere sul PNRR – M1C3 Turismo e Cultura – Misura 2 – Investimento 2.2: “Protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale” con Codice CUP G87B22000270006, ed eseguito negli anni 2023-2025, ha previsto l’esecuzione di opere esterne ed interne.

Le pareti prive di affreschi interessate nella parte basamentale e per alcune porzioni, da intonaci recenti, aggrediti in maniera importante da umidità di risalita che ne ha compromesso la stabilità, sono state scrostate fino al vivo della muratura, e ricomposte del medesimo spessore con malta macro-porosa e sabbia selezionata per garantire continuità nella granulometria e nella finitura con quello esistente. Stessa lavorazione è stata eseguita per alcuni modesti rattoppi presenti sulle altre pareti, composti da materiale cementizio. Per quanto riguarda la superficie ancora ben aderente, la stessa è stata trattata più volte con impacchi di cellulosa e acqua demineralizzata, al fine di estrarre tutti i sali solubili presenti.

 

Le fessurazioni sia superficiali che profonde rilevate puntualmente sulle volte del soffitto sono state verificate mediante allargamento e risarcitura con malta a base di calce e sabbia di granulometrie idonee. Le macchie di precedenti infiltrazioni che hanno alterato la cromia in quei punti sono state verificate nella loro percentuale di umidità e trattate con impacchi di cellulosa e acqua demineralizzata, ripetuta più volte fino all’esaurimento dei Sali.

Tutte le superfici ricomposte nella loro continuità sono state tinteggiate con tinte a base calce pigmentata con ossidi.

Si sono rilevate importanti lesioni degli intonaci anche su pareti affrescate, alcune di queste erano circondate da materiale cementizio utilizzato impropriamente in un precedente intervento.

La frattura che attraversa l’oculo nell’abside interessava l’intero spessore murario, risultava infatti visibile nella tessitura del prospetto est.

Per la frattura superficiale si è proceduto con la rimozione dei tacconi cementizi e la successiva risarcitura con malta di calce e sabbia di granulometria più grossa in profondità e più fine in superficie per uniformare l’intonaco a quello circostante. La fessura profonda che attraversa la parete dell’altare è stata ricomposta con puntuali scuci e cuci nei punti più disconnessi, colatura di malta negli interstizi interni in altre porzioni e completata con la stilatura dei giunti tra le pietre a vista lungo la linea segnata dalla frattura.

Le pitture murali

Le pitture murali sono date negli anni 1512-1531 e sono attribuite a Pietro Guido da Ranzo; esse così come si presentano sono il risultato di un intervento di restauro operato tra il 1968 e il 1969 dalla ditta Torsegno di Genova sotto la direzione scientifica dell’Istituto di Studi Liguri.

La cappella si presentava completamente ricoperta di intonaco che scialbava gli affreschi, l’altare era di stucco ad un’alzata mentre sulla parete vi era l’immagine della Santa titolare affrescata e contornata da una cornice forse in stucco. Le fasi del restauro hanno comportato la rimozione della scialbatura avvenuta in epoca imprecisata. Moltissime delle imbiancature dei cicli affrescati sono avvenute dopo la Controriforma in occasione delle Visite Apostoliche, o anche a seguito di pestilenze; altra causa di perdita di questo tipo di pitture, e di altre, si hanno nel momento in cui le chiese vengono ricostruite, soprattutto nel Settecento, cancellando la memoria degli edifici medievali.

In sede di restauro sono state altresì rimosse alcune integrazioni cementizie operate da qualche artigiano locale, sono stati quindi il ripristinati gli intonaci ed effettuate numerose integrazioni pittoriche al fine di una ricostruzione filologicamente corretta. Si deve precisare che dal confronto tra le foto antecedenti il recupero e quello che attualmente è visibile si nota che il restauro è avvenuto operando in molti casi in maniera arbitraria ma con una particolare attenzione alla resa di una comprensione immediata dei soggetti rappresentati. Infatti il Torsegno, secondo scelte in voga in quegli anni, privilegiando la visione delle figure opera integrazioni oggi discutibili su alcuni visi e ad altri particolari anatomici dei personaggi, interpretando in qualche modo la maniera dell’esecutore e quindi tramandandone immagini falsate. In altri casi in presenza di grandi lacune privilegia la leggibilità complessiva delle immagini ricostruendo la parte mancante delle figure, nel loro contorno, ma sfumandone le sagome, l’espressione dei visi, i panneggi e i colori. Ancora si è potuto accertare che parti di affresco presenti in epoca antecedente all’intervento sono state arbitrariamente asportate come la parte superiore del drago posto ai piedi di Santa Margherita, nella prima Sacra Conversazione dipinta, che ha comportato una certa confusione nell’interpretazione di una zampa animalesca di cui non si comprende né la funzione né a chi appartenga essendo rimasta avulsa da un qualsiasi contesto accertabile. Inoltre non è escluso che nelle operazioni di rimozione dell’affresco absidale il restauratore abbia asportato, senz’altro accidentalmente, anche lo strato sottostante che poteva rappresentare la Santa titolare al centro del polittico dipinto proprio dove si è creata una grossa lacuna.

Affresco 1 – Presbiterio – Parete sud

Storie di Santa Margherita di Antiochia, Margherita si vota a Gesù, Margherita custodisce le pecore, L’incontro con Olibrio, La Santa viene condotta da Olibrio – 1518

Nella lunetta in alto è dipinta Santa Margherita in preghiera con una piccola croce in mano, sullo sfondo di un paesaggio aperto e boscoso, cui appare Gesù in uno squarcio di cielo fiammeggiante, richiamo alla dedizione al Signore, infatti Margherita, che era figlia del sacerdote pagano Teodosio, si era fatta battezzare essendo stata educata dalla nutrice alla religione cristiana.

Nel riquadro sottostante la scena rappresenta Margherita, in compagni delle ancelle, che pascola il gregge della nutrice filando la lana, mentre un gruppo di cavalieri si avvicina guidato dal prefetto Olibrio che si innamora della bellissima fanciulla. Al livello inferiore, pur in presenza di semplici lacerti pittorici si riconosce l’attimo in cui Margherita viene rapita e separata dalle altre fanciulle per essere portata al cospetto del prefetto che voleva farne la sua sposa.

Affresco 2 – Parete sud – Prima arcata

Resurrezione di Lazzaro, Entrata in Gerusalemme, Ultima cena – 1518

La parete riporta scene della Passione di Cristo; il ciclo inizia con l’episodio della Resurrezione di Lazzaro, che nella sequenza della vita di Cristo non è collegato con le fasi della Passione, ma ne anticipa il senso per i cristiani.

La scena, collocata nella lunetta in alto a sinistra, pone al centro la figura di Cristo che puntando il dito resuscita Lazzaro dal sepolcro raffigurato di traverso quasi a voler creare un senso di profondità in relazione con la città turrita che si staglia sullo sfondo, mentre ai lati figure di Apostoli e delle Marie completano lo scenario calcando un terreno lastricato di pietre tonde (sicuro riferimento ai lastricati liguri a risseu).

L’episodio viene identificato grazie alla presenza di due cartigli il primo dei quali, che pare la voce degli astanti riporta: “…[ECCE QUO] MODO AMABA(t)….EU(m)” mentre il secondo che sembra uscire dalla bocca del Cristo, riporta la scritta: “LAZARE VENE FORAS”. La figura all’estrema destra, ripiegata in avanti in atto di proteggersi il naso dall’odore proveniente dal corpo in decomposizione, rafforza la dimensione del miracolo; essa presenta una foggia moderna rispetto a quella degli attori della scena. La veste color porpora è un esempio di abbigliamento coevo all’epoca di realizzazione degli affreschi e il personaggio appare spiegabile come riferimento ad un dignitario giudeo che assiste al miracolo.

Nel registro inferiore a sinistra è posto il riquadro con l’episodio della Entrata in Gerusalemme in cui Gesù è rappresentato a cavallo dell’asina mentre il puledro ne succhia il latte. La scena si presenta mutila in quanto in epoca imprecisata è stata interrotta da una bucatura che ha comportato la perdita di buona parte dell’affresco di cui è sopravvissuto nella parte opposta solo la porta turrita di Gerusalemme in cui si intravede un personaggio in attesa; dietro Gesù si vede un albero che conferisce profondità spaziale alla scena.

Affresco 3 –  Parete sud – Imposta della volta

Scena del legato – 1531

Al di sopra dell’imposta dell’arcone della prima campata vi è la raffigurazione di un episodio della probabile sottoscrizione di un atto di donazione alla chiesa mentre in basso è riportata una scritta dedicatoria datata 2 dicembre 1531. L’iscrizione, in parte mutila, è la seguente:

+EGO PHILIP[S…]
P(eniten)TIE TESTA(t)OR CUPIO SALU[ti pro rern1AE
DIO ANI(m)E MEe PROVIDeRE ET ETIAm Pro REMED
10 ANImARum PARENTUm ET BENEFATORum MEORum
DO ECCIesIE S(ancte) MARGARITE CA(m)PUm UNUm LOCO
DITO LA ROVOYRA CUI COHERET SUPERIUS N(obilis)
BerNArDI SCHUERI InFERIUS VIA cum ORTINATIOnE
Quod DE REDDITUS IPSIUS TERE AMNUATIm ET
IN PerpTUum MASSARI DITE ECCIesIE TENEANTUR
CEREBRARI FACERE TANTAS MISAS IN DITA
ECCleslA Pro TANTO ET QUAnTO EX1GERINT DE
REDDITU ET TERAGIO PREDITE TERE Pro SU
UM PreSBITERum BONUm HONESTUm ET IDON[E]Um
AD HONOREM ONIPOTENTIS DEI ET Domini N Costril
IHESU XP1 AC BeATE Virginis MARGARITe
TOCIUS CURIE SUPERNORum
HOC OPUS UT SUPRA FACTUm FUIt per
MARTInUs LAURENTIUm ET PAULUm D[e Schu]
ERIS N[obiles] SUBSTITUll A DITO Q[uondam] PHILI[po pro]
MEMORIA UT LEGATUN PREDITUM
NUN ANICHILATUR
+ M D XXXI DIE II DECEmBRIS

Nel Sacro e Vago Giardinello si fa menzione della suddetta iscrizione che ricorda un legato di Filippo Aschero per la celebrazione di Messe. Come si evince dal testo dell’epigrafe si deve credere che “l’opera di cui sopra” sia stata commissionata dai nobili Martino Lorenzi (?) e da Paolo Aschero affinché la memoria del predetto legato non fosse perduta. Risulta evidente che l’epigrafe si riferisce non solo all’attestazione della presenza di un legato da tramandare, ma anche alla scena dipinta sopra che non si lega dal punto di vista iconografico, ma soprattutto nemmeno da quello stilistico, al resto degli affreschi e quindi la datazione in calce si dovrà riferire all’epoca in cui fu dipinta la scena. La rappresentazione dell’evento si manifesta proprio come l’attimo in cui si roga un atto notarile: una figura seduta a destra è fissata nel momento della lettura dell’atto scritto che regge tra le mani ad un uomo seduto di fronte che pare bere da un bicchiere; tra i due un bambino regge davanti al notaro il calamaio da cui fuoriesce una penna. La lettura avviene anche di fronte a due testimoni, posti alle spalle del notaro, e alla presenza di tre personaggi seduti su un piedistallo che hanno l’aspetto di testimoni appartenenti al ceto nobile oppure figure simboliche dotate di una qualche autorità che vengono chiamate a testimoniare sulla legalità dell’atto per conferirgli maggiore fondatezza. I tre personaggi però, seppure poco decifrabili per il cattivo stato di conservazione delle pitture, si prestano ad una diversa e più probabile interpretazione, e cioè il piedestallo sarebbe la base di un letto da cui emerge a sinistra, coperto da una coltre verde, la figura di Filippo Aschero che, forse gravemente ammalato, assiste alla formalizzazione del legato testamentario. Le due figure altro non sarebbero che il medico, al centro, in atto di somministrare un qualche medicamento a fini curativi mentre l’altra a destra in atto di benedire rappresenta il prelato che amministra i sacramenti al morituro; il drappo che pende sopra le tre figure è evidentemente il cielo di un baldacchino che copre il giaciglio. Il legato è reputato così importante da richiedere la doppia rappresentazione dell’evento: scritta per chi sapeva leggere e dipinta per gli analfabeti che quindi potevano intendere ugualmente la portata dell’avvenimento e trasmetterlo nel tempo.

Affresco 4 – Parete sud – Seconda arcata

Lavanda dei piedi, Prima Orazione nell’Orto, Tradimento di Giuda, Pagamento dei trenta denari, Bacio di Giuda, Cristo porge a Pietro l’orecchio tagliato a Malco, Madonna con il Bambino e Santi con Donatori – 1518

Nella zona in alto, nella lunetta, è rappresentata la Lavanda dei Piedi. La scena si svolge all’aperto, a giudicare dalla natura del terreno, e sullo sfondo di una città: al centro Gesù in ginocchio si appresta a lavare i piedi all’Apostolo Pietro, in atto di scoprirsi le gambe secondo la narrazione dell’episodio nel Vangelo, mentre a sinistra Giuda seduto, riconoscibile per la borsa dei soldi appesa alla cintura, si toglie i calzari. Il resto del quadro è occupato dagli altri Apostoli in attesa, che contemplano l’evento, affiancati e posti in posizione semifrontale.

Nel registro sottostante è rappresentata l’Orazione nell’Orto in cui i personaggi vengono ripresi nell’Orto degli Ulivi che è delimitato da uno steccato di legno: Gesù, in preda al travaglio e sudando sangue, viene consolato dall’angelo che gli porge il calice dell’Eucaristia; gli Apostoli Pietro, Giacomo Maggiore e Giovanni Evangelista sono colti nel sonno profondo e ignari del dramma che affligge il Maestro. Oltre la palizzata si intravede l’usuale sfondo della città turrita e a destra una collina alberata; insistiti elementi di realtà sono costituiti dalla varietà di fiori e ulivi e verzura che riempie lo spazio chiuso dei Getsemani, che lo stato di conservazione impedisce di collegare ad essenze e piante reali.

Il quadro seguente si configura in due episodi che si svolgono sotto due arcate impostate su un divisorio centrale che si presenta come una colonna binata che si annoda nella parte mediana. Il primo rappresenta il momento in cui Giuda stringe il patto con il Sommo Sacerdote per l’arresto di Gesù: l’Iscariota, che curiosamente in tutto il ciclo mantiene l’aureola, suggella l’accordo stringendo la mano di Caifa abbigliato con una veste di broccato riccamente decorato, alla presenza di un uomo che indossa una calzamaglia a strisce longitudinali bianche e rosse. Nell’altra scena è fissato il momento in cui Giuda, aprendo la borsa, prende in consegna i denari gettati sul tavolo dal tesoriere assistito da un servo che regge lo scrigno del tesoro.

L’episodio che segue è quello dell‘Arresto di Cristo in cui si svolge l’unica scena alla quale il pittore ha voluto conferire un certo movimento, visto che tutta la narrazione pare essere fissata in un susseguirsi di momenti statici. Il centro dell’azione ritrae il bacio di Giuda, con la borsa ben in evidenza e con l’aureola che è diventata grigia, circondato da un guizzo di concitazione della soldataglia che si appresta ad arrestare Gesù e bloccare la reazione degli Apostoli; Cristo oltre a ricevere il bacio porge l’orecchio tagliato da Pietro al soldato Malco in una simultaneità d’azione che ha l’unico scopo di rappresentare il susseguirsi degli eventi in uno spazio ristretto.

Nell’ordine inferiore, caso piuttosto insolito, tutta la parete è occupata da tre riquadri di analogo soggetto: la Madonna con il Bambino e Santi con donatori, II tema della Madonna con il Bambino si ripete nei tre riquadri, ognuno con diversi Santi di contorno, la cui identificazione pone qualche problema in assenza dei necessari attributi di riconoscimento. Nel primo riquadro a sinistra la Vergine assisa in trono regge in grembo il Bambino nudo con una collanina al collo e un braccialetto al polso, ambedue di perle di corallo, costituenti una sorta di amuleto di protezione dal malocchio e dalla malasorte usato dalle madri nel medioevo. A sinistra San Benedetto distinto dal primitivo saio nero dell’ordine con libro e bastone pastorale, quindi Santa Margherita individuata grazie al drago che giace ai suoi piedi; a destra del trono Santa Maddalena, che si riconosce sia per il nome scritto al di sopra della figura ma anche per l’ampolla che contiene l’unguento che le è proprio, mentre a lato è un personaggio che può identificarsi in San Bernardo di Aosta, fondatore dei rifugi alpini del Colle San Bernardo, invocato dai viandanti e contro le eresie. Inginocchiato un personaggio, probabile committente, che non essendo identificabile per Io stato della pellicola pittorica può essere assunto come rappresentante di una qualche compagnia di mestiere. L’ancona dipinta che segue contiene al centro la raffigurazione della Vergine in trono con il Bambino in grembo che tiene tra le mani un uccellino con cui gioca, mentre la Madonna porge al piccolo Gesù una mela (o melograno).

Alla sinistra in preghiera si erge un Santo Vescovo che, pur privo degli attributi specifici, può ragionevolmente essere identificato con San Biagio, proprio per le relazioni con l’economia della montagna e per la presenza del pastore inginocchiato, in quanto il Santo era considerato il protettore dei cardatori della lana, quindi di un’attività vitale per la sopravvivenza dei valligiani; alla destra si riconosce agevolmente la figura di San Paolo accoppiato con un Santo che induttivamente, si riconosce in San Pietro, i due personaggi sacri che sono considerati i fondatori della Chiesa, mentre il personaggio seguente è Sant’Antonio Abate riconoscibile per il bastone a forma di “tau” con le campanelle, per il porcastro che lo accompagna e le fiammelle, segni che richiamano l’intercessione del santo per la guarigione dal “fuoco di Sant’Antonio”, curato nel medioevo con il grasso di maiale. Ai piedi della Vergine è inginocchiato un altro committente che dall’abbigliamento sembra essere un pastore, attività peculiare delle popolazioni del comprensorio, quindi anche in questo caso non sarebbe una persona fisica ben precisa ma piuttosto il rappresentante “eponimo” della categoria.

L’ultima “pala” dipinta, quella più a destra, presenta ancora una teoria di santi che circondano la Vergine in trono con il Bambino benedicente con un braccialetto di perle di corallo. Alla sinistra una Santa, non identificabile ma che potrebbe essere una delle figure sacre protettrici degli agricoltori, e San Lorenzo con la graticola e la palma del martirio; dalla parte opposta le figure di San Giacomo e di Santa Agnese ( o Santa Barbara) riconoscibile per la lunga chioma. Il personaggio in ginocchio sembra essere un esponente della classe agiata del paese, ma poiché pare regge re un bastone nodoso potrebbe comunque essere messo in relazione con le attività agricole. E’ curiosa la scelta, di rappresentare San Mauro di dimensioni ridotte, per distinguerlo forse dal San Benedetto già presente nel quadro precedente. San Mauro, che morì di peste potrebbe essere invocato contro il pericolo di contagio, oppure avendo salvato il giovane San Placido potrebbe essere presente come protettore dei bambini.

Affresco 5Parete sud – Parasta

Santa Lucia – 1531

A lato sul pilastro della seconda campata è la figura di Santa Lucia in una cornice dipinta, rappresentata frontalmente con la coppa in cui sono esposti i suoi occhi.

Affresco 6 –  Parete ovest

Orazione nell’Orto, Resurrezione di Cristo, Discesa di Gesù al limbo – 1512

Nella parete di fondo gli affreschi raffigurano tre scene separate. A sinistra un’altra Orazione nell’Orto, al centro la Resurrezione di Cristo, che seppure piuttosto lacunosa, lascia decifrare il Cristo trionfante che emerge dirompente dal sepolcro, ai lati due soldati sono rappresentati in pose sconnesse derivate dalla sorpresa e dalla paura mentre un terzo è immerso nel sonno profondo ignaro di quanto si va compiendo. A lato sul pilastro della seconda campata è la figura di Santa Lucia in una cornice dipinta, rappresentata frontalmente con la coppa in cui sono esposti i suoi occhi. Sul lato destro è raffigurata la discesa di Gesù al Limbo dove il Salvatore si reca a salvare le anime degli uomini giusti morti prima della rivelazione, e quindi non battezzati, come i Patriarchi e i Profeti; Cristo tende le mani ai giusti e li conduce fuori da quel luogo immaginario che l’artista rappresenta come un antro che si apre sotto una collina alberata, mentre lo accompagna, reggendo la croce, Dimas il buon ladrone del Golgota.

Affresco 7 –  Porta ingresso

La figura, che è posta sullo sguincio della porta di uscita e che rappresenta un’immagine particolare e rara di San Benedetto, ha evidentemente la funzione di benedire il credente nel momento in cui esce dalla chiesa. Il Santo, con il secchiello dell’acqua santa e il libro della regola, impartisce la sua protezione con una sorta di frusta ossia un aspersorio rustico molto arcaico. La sua presenza, come ultima immagine che il fedele vedeva prima di uscire dalla chiesa, richiama ad un suo intervento in funzione antidiabolica, contro le tentazioni del male, una forma delle quali era ritenuta la pazzia o l’uscita di senno, testimoniando l’antichità del soggetto e il suo probabile legame con esigenze comunitarie piuttosto precise, ma in parte ancora oscure. Questa figura sembra differenziarsi, per stile compositivo e tratti fisionomici, dalle altre presenti in chiesa e testimonia di una decorazione che, ipoteticamente, poteva ricoprire le pareti dell’edificio già nel XV secolo

Affresco 8Arco trionfale – Lato sinistro

Sull’arco trionfale, a sinistra, è raffigurato Sant’Erasmo e al di sotto è dipinta l’immagine di una santa il cui attributo richiama il nome di Santa Barbara, anche per i lunghi e sciolti capelli, segno di castità.

Affresco 9 –  Presbiterio – Parete Nord

Storie di Santa Margherita di Antiochia, Margherita imprigionata, La Santa viene fustigata, Margherita immersa nell’acqua bollente e decapitata – 1518

Il racconto della vita di Santa Margherita prosegue sulla parete opposta con la rappresentazione simultanea di due episodi della vicenda: il primo vede la Santa rinchiusa in prigione dopo il suo rifiuto di abiurare la fede cristiana; nel secondo Olibrio le chiede di tornare sulle proprie decisioni altrimenti sarebbe stato costretto a straziare le sue carni, lei che era bella come una perla, quindi Margherita prega il Signore di mostrarle il nemico contro cui stava combattendo ed ecco apparire un drago feroce. Nel registro inferiore, seppure con difficoltà a causa di una estesa lacuna, si riconosce la sagoma di Margherita che legata ad un palo subisce la fustigazione ad opera di uno sgherro che ne strazia le carni con una sferza che invade il riquadro superiore. In basso la fascia dipinta riporta due episodi, a sinistra la Santa che, dopo essere stata sottoposta ad altre strazianti torture mediante fiaccole ardenti, perseguendo nella fermezza della sua fede viene denudata e immersa in una vasca d’acqua, resa preziosa dalla mano del pittore, per accrescerne la sofferenza. In quel momento, secondo la narrazione, la terra tremò e la Santa uscì indenne, rigenerata nelle carni dalle torture subite e rafforzata nella fede, provocando la conversione di cinquemila presenti che furono prontamente martirizzati: come appare nel dipinto, dove la scena è ambientata in una corte racchiusa da edifici medievali, la martire regge nelle mani giunte una piccola croce assistita dallo Spirito Santo, che le appare in forma di volatile, invocato per rafforzarla e purificarla, quasi come un rinnovato Battesimo. A lato l’epilogo del martirio, cioè la decapitazione avvenuta per mano di un soldato riccamente abbigliato, ordinato dal prefetto che assiste all’esecuzione per evitare altre conversioni: il corpo della Santa è piegato in avanti, con le mani giunte a reggere la piccola croce, e dal suo collo schizza copioso il sangue, mentre al centro un angelo accoglie l’anima di Margherita, in forma di minuscola figurina nuda in quanto liberata dalla dimensione terrena per assurgere a quella divina.

Affresco 10 – Presbiterio – Parete Est

San Giovanni Battista, San Lazzaro, Annunciazione – 1518

Nella stretta zona absidale si conservano tracce di figure, alcune delle quali sono inserite all’interno di un illusorio trittico dipinto che a causa dei danni subiti nel tempo non permette una lettura precisa della raffigurazione. La cornice dipinta a fresco racchiude i vari personaggi presenti alloggiati in scomparti divisi tra loro da colonnine tortili e conchiusi da pilastrini esterni decorati con motivi a candalebra e sormontati da elaborati capitelli reggenti un lacerto di trabeazione, evidente richiamo ad un ideale intaglio ligneo. La figura a destra riporta in calce il nome di S. IOANES BAPTA che si associa al santo sopra dipinto per il libro e ciò che pare essere un agnello nella mano destra, ma non per le vesti, tradizionalmente costituite da una pelle di pecora. Al centro del trittico non è sopravvissuto nessun elemento pittorico, a parte un lacerto di sagoma pittorica, tale da poter individuarne l’identità del personaggio che si ipotizza potesse essere la Santa titolare della cappella. A sinistra il Santo si identifica solo grazie alla epigrafe riportata in calce sulla predella della finta carpenteria e cioè S. LAZARE. Ai lati del finto trittico, in illusorie nicchie, sono allocati altri personaggi: a destra si riconoscono l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo, ritratti di scorcio, dai delicati tratti del viso e dalle vesti finemente decorate, il bimbo, portato per mano dall’angelo, reca nell’altra il pesce necessario al padre per riacquistare la vista. La figura a sinistra, abbigliata con raffinati velluti, regge in mano un oggetto che somiglia ad un compasso che rende problematica la sua identità in quanto il suo aspetto complessivo farebbe pensare ad un personaggio femminile, ma poiché si intravede una traccia di un’ala, simile a quella dell’angelo della parte opposta, può essere assimilato a San Michele, per cui il “compasso” potrebbe essere la porzione superstite della bilancia con cui si pesano le anime, magari eseguita a secco dal pittore e quindi perduta nel tempo.

Nella lunetta superiore, ai lati dell’oculo, si riconosce il resto di un’Annunciazione di cui rimangono, come elementi superstiti, l’Annunziata”, in ginocchio davanti ad un tavolo sullo sfondo di uno scanno, che si ritrae di fronte, spaventata, all’apparizione dell’Arcangelo Gabriele di cui rimane solo traccia di un piede.

Affresco 11 – Volta absidale

Storie di Santa Margherita di Antiochia, La Santa nel ventre del drago – 1518

Sulla parte sinistra della piccola volta absidale un frammento di affresco superstite lascia intravedere, in una rara raffigurazione e con un particolare effetto di trasparenza, Margherita all’interno del corpo del mostro circondato da serpenti dal quale sarebbe uscita indenne, secondo la leggenda, squarciandone le membra con una croce, fornendo il motivo della protezione del parto da parte della Santa. L’episodio, pur frequentemente rappresentato nei dipinti riguardante le vicende della martire, viene considerato apocrifo dallo stesso Jacopo da Varagine e quindi falso, anche se narrato da altri autori.

Impianto di illuminazione

La linea alimentata esterna si introduce all’interno dell’immobile dall’ingresso secondario posto a sud, fino ai contatori posizionati in una cassapanca lignea, realizzata per tale scopo e come seduta, e raggiunge, attraverso una canalina in legno posata a pavimento lungo la parete nord, il cancello dell’ingresso principale. Sulla struttura in ferro esistente di quest’ultimo è stato posizionato uno scatolare, sempre in legno, all’interno del quale trovano alloggiamento i cavi elettrici che alimentano i corpi illuminanti direzionali a base led, gli interruttori di accensione e di apertura porta. Tale soluzione risulta sostenibile essendo removibile all’occorrenza.

È stata installata, l’automazione di apertura del cancello esistente da azionare mediante sistema qr code o tastierino con codice generato da apposita app.

L’illuminazione delle pareti interne affrescate avviene attraverso impianto totalmente alimentato da fonte rinnovabile, ovvero pannelli fotovoltaici posizionati sul versante sud in leggero pendio sostenuti da una semplice struttura lignea e mitigati sui lati da siepe che li circoscrive e li integra più possibile con l’immediato intorno. Luci a pavimento sono state installate anche esternamente a margine della facciata Nord.

Abbattimento barriere architettoniche

Fino ad oggi il Santuario è stato raggiungibile comodamente solo da persone normodotate attraverso una scala in pietra posta a nord e un sentiero inerbito sul lato sud (parzialmente di proprietà comunale) che dirama da una strada, sempre comunale, sterrata ma carrabile con mezzi idonei. Posta in quota superiore a quest’ultima si estende l’area pertinenziale all’edificio di culto, che è delimitata a sud da un muro in pietra su cui degrada la fascia di rispetto, gerbida con presenza di essenze arboree sparse. Per permette l’accessibilità e la fruibilità dell’immobile anche ai portatori di handicap si è creata sul lato sud un viottolo pavimentato con “ciappe” in pietra locale a forma irregolare e poste direttamente sul terreno, previa la preparazione del fondo per creare una continuità di percorrenza con una pendenza adeguata ad una carrozzina e giungere fino all’accesso secondario che permette l’ingresso in chiesa. (foto 26, 27, 28, 29 e 30) In aderenza alla porta di ingresso ed in quota con la soglia è stato creato un pianerottolo di manovra sostenuto da due modesti muretti in pietra faccia a vista. Per superare il dislivello tra la soglia e la quota interna del pavimento è stata posizionata una pedana in legno removibile che sovrasta i gradini esistenti e funge da scivolo per la discesa e la risalita delle carrozzine (foto 25). L’intero percorso esterno è stato messo in sicurezza mediante il posizionamento di una staccionata lignea posta sul versante verso valle, in continuità con la fascia che delimita la pertinenza della chiesa.

Progetto e direzione lavori architettonica: arch. Daniela Poggi
Impresa esecutrice: Impresa edile Alessandri Bruno snc
Restauratrice: Stafylopatis Yeorgia
Impianto elettrico: CMF di Donato C.

 

Bibliografia

  • Archivio Diocesano di Albenga, Paneri G.A., Sacro e vago Giardinello e succinto Repilogo Delle Raggioni delle Chiese, e Diocesi d’Albenga, In Tre Tomi diviso; Cominciato da Pier Francesco Costa Vescovo d’Albenga dell’anno 1624., tomo II, foglio 191b
  • VV., “Santa Margherita la Chiesa del Borghetto”, Aprile 2003, Dominici Stampa – Imperia
  • Sista A., Santa Margherita: Pareti dipinte e devozione in AA.VV., “Santa Margherita la Chiesa del Borghetto”, Aprile 2003, Dominici Stampa – Imperia